Il marito al seguito (di una cooperante internazionale)

Ho seguito mia moglie per 10 anni consecutivi, dal 2008, in posti che avevo appena sentito nominare (alcuni nemmeno quello) e in altri che avevo giurato a me stesso che non ci avrei mai messo piede tanto erano pericolosi, sporchi, miserabili.
La prima volta che siamo andati a cena fuori, a Roma, le ho detto, tronfio, che odiavo viaggiare, detestavo la mistica del viaggio a là Bruce Chatwin e non capivo fino in fondo il senso della cooperazione internazionale “con tutto quello che c’è da fare per i poveri in Italia”. All’epoca mi occupavo di povertà urbana estrema e non ero ancora rimasto bloccato in un quartiere assediato da una guerra civile con un centinaio di morti praticamente ignorata dai media (a parte quelli locali) e provavo allergia fisica per la moda etnica (quella un po’ m’è rimasta). La mia futura moglie mi ha guardato in un silenzio divertito e meno di un anno dopo ero a fianco a lei in un campo profughi palestinese del Libano meridionale. Da quel momento ho fatto come il protagonista dell’Astronave, la canzone di Sergio Caputo: “Ti seguirò che altro ti serve di sapere, verrò con te dovessi farlo di mestiere”.

Insieme a mia moglie, in questi 10 anni, ho ricevuto sassate (anche se le pietre erano rivolte a lei, in Yemen, perché aveva indossato controvoglia un velo colorato da cui uscivano ciocche di capelli), sputi (anche quelli erano per lei, per le ragioni di cui sopra), parassiti intestinali e della pelle. Ho digiunato nel deserto per giorni mentre lei mangiava il cibo locale praticamente per terra, mi sono nutrito di soli biscotti junk e coca cola per settimane, ho dormito in baracche infami tra topi, scarafaggi e rettili. Ho rimesso l’anima un paio di volte per tossinfezioni alimentari gravi, mi sono lavato con l’acqua piovana razionata e ho mangiato cose tremende in posti bellissimi.
Con lei siamo passati qualche minuto prima su una strada poi esplosa per un attentato, abbiamo respirato per anni esalazioni tossiche perché nei posti dove abbiamo vissuto  bruciano l’immondizia a cielo aperto.
In questi anni ho visitato con lei orfanotrofi dove i bambini scheletrici quasi non ricevono cibo perché altrimenti le madri li abbandonerebbero per dar loro una speranza di vita. Lì ho visto infanti cercare a terra vermi da mangiare, ho incrociato il loro sguardo, chi di odio feroce, chi di supplica, “portami via con te” e quegli occhi mi hanno tormentato per mesi.
Ho visto la Cina avanzare in Africa, far saltare montagne per asfaltare paesaggi, costruire ferrovie, ponti, autostrade o per estrarre metalli. Ho assistito al nuovo colonialismo e alle prossime forme del mondo: la Cindiafrique con i suoi tre miliardi e seicento milioni di persone, in prevalenza giovani.
Ho visitato posti incontaminati e altri ormai morti definitivamente per l’inquinamento.
Ho seguito donne camminare per 3 ore all’andata per andare a prendere l’acqua dall’unico pozzo e 4 al ritorno cariche di jerrican gialli stracolmi e pesanti.

Ho assistito a riunioni di donne sotto baobab secolari, tra la polvere e il vento, rivendicare il diritto alla acqua potabile, all’istruzione per i propri figli, alla sanità.
Ho visto il risultato del lavoro dei cooperanti negli occhi degli abitanti in zone remote che festeggiavano per l’inaugurazione dei pozzi, per la costruzione di scuole o di presidi sanitari.
Ho sfiorato la malaria, la dengue, la chikungunya e la bilarziosi. E ho capito che il pericolo fa parte del mestiere del cooperante come per esempio il viaggiare su elicotteri russi che cadono con ricorrenza allarmante guidati da piloti ucraini non sempre lucidi per andare in Sud Sudan, dove c’è la guerra, cioè sparano, rapiscono, stuprano, cioè hanno rapito, ucciso o stuprato persone che hai incontrato la sera prima dove gli alloggi fuori Giuba sono capanne in cui scorrazzano serpenti velenosi e topi, infestate di zanzare malariche e blatte (conosco una cooperante che non ha paura di niente di quello che ho elencato, ma ha la fobia dei coleotteri, solo di quelli, ma che si ostina ad andare in quei posti perché quello è il suo lavoro).
Ho visto campi di rifugiati con distese di uomini, donne e bambini a perdita d’occhio, migliaia di persone sfinite e ammassate nei campi tra il Kenya e l’Etiopia sedute sui sacchi di riso dell’UNHCR. Perché quello del cooperante non è un mestiere adatto a chi pensa o che lavora per agenzie che spendono il 70% o l’80% delle risorse in personale (i cooperanti che stimo e che ho in mente non sanno solo scrivere progetti e far tornare i conti, si sporcano le mani, rischiano), a chi pensa che il pericolo sia sempre colpa di quello che viene rapito o aggredito o chi pensa che il pericolo si possa scampare sempre e comunque. No, la cooperazione, in determinati posti, è un mestiere fisicamente e psicologicamente pericoloso.
Ho incontrato centinaia di persone, volontari e cooperanti straordinari, e altri troppo presi dal proprio apparire buoni. E ancora: imprenditori sensibili e carogne infami. Diplomatici raffinati e altri incommentabili.
In questi 10 anni ho capito che non avevo capito nulla: e cioè che io e che tutte le persone che conosco e ho conosciuto siamo nate nel posto giusto e al momento giusto della storia, che abbiamo una fortuna materiale di cui non possiamo nemmeno renderci conto tanto siamo distanti dalle tragedie quotidiane che la stragrande maggioranza delle persone nel mondo vivono ogni secondo della loro esistenza. E che seppure imperfettissima, migliorabile, modificabile quanto si vuole, la cooperazione internazionale, nelle varie forme che essa assume e ha assunto nel corso della storia, è lo strumento più democratico per lo sviluppo (resta tuttavia da capire se la democrazia è necessaria allo sviluppo, ma questo è un altro discorso). La cooperazione è fatta però di cooperanti, cioè di persone in carne e ossa con sogni, passioni e ideali, ma anche con competenze e saperi raffinati degni del massimo rispetto, perché i cooperanti non amano il pericolo, bensì il proprio lavoro comporta anche il pericolo.

E dopo tutti questi anni trascorsi tra Libano, Siria, Etiopia, Gibuti e Senegal sono tornato a Roma e ho scoperto che c’è un filo che collega praticamente tutte le mie esperienze, dal lavoro con i migranti in Africa in cerca di futuro ai bambini abusati nei campi profughi palestinesi, ai senza tetto in cerca di un rifugio per la notte. Perché come diceva Marco Torti, il mio Virgilio per una ricerca tra i senza dimora romani nei primi anni’90, “gli esseri umani che stanno per strada accampati sono tanti. Ognuno risolve in qualche modo per una notte, per tre notti, e subito deve ricambiare perché i vigili ti cacciano e non è possibile trovare un attimo di pace e spogliarsi, guardare il soffitto, coprirsi con le coperte fino al mento e finalmente cadere nella privacy personale, perché per me il sonno oramai è il massimo della privacy e questa privacy mi viene negata per cui io debbo stare sempre presente fino al delirio”. Il filo è quello che collega la stragrande maggioranza degli esseri umani: la precarietà esistenziale, il rischio sociale, l’incertezza lavorativa e abitativa, il vivere negli interstizi del mondo, l’adattarsi a condizioni di vita drammatiche eppure possibili. Questo blog è una cronaca dagli interstizi, il racconto di quel filo che ci lega.

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