I bambini minji della Valle dell’Omo

Qualche giorno fa su Facebook ho pubblicato un lungo post che si intitolava il marito al seguito (di una cooperante internazionale) corredandolo con 5 fotografie. Una di queste ritraeva una donna Karo intenta a risalire dal fiume Omo con una damigiana da 20 litri piena d’acqua sulle spalle.

Ieri ho ricevuto un messaggio da Facebook. Mi diceva che avrebbero oscurato il post perché violava le norme della comunità perché una foto mostrava i capezzoli. Nel messaggio successivo mi chiedevano cosa ne pensassi e io ho risposto che invece di censurare tutto il post avrebbero potuto limitarsi a eliminare la foto incriminata. E così è stato fatto.

Per il futuro, mi ha spiegato un’amica, è sufficiente pixilare la parte anatomica oggetto di scandalo. Invece a me è venuta voglia non solo di raccontare a puntate il mondo intorno a quella donna.

Dunque quella foto è stata scattata nella Valle dell’Omo. Ora il livello del fiume è bassissimo per via delle dighe, ma di questo parleremo in un altro post. Questo post serve invece sopratutto a contestualizzare. Gli attori principali di questa storia in progress sono un ambiente fino a 5 anni fa vissuto solo dalle etnie locali e quasi primitive, il governo etiopico e la Cina che, secondo l’economista Fantu Cheru, sta svolgendo il ruolo del “colonialista su invito”.

La Valle dell’Omo (prende il nome dal fiume che dopo un percorso di circa mille km sfocia nel Lago Turkana in Kenya)è un’area di ventitré chilometri quadrati nel sud ovest dell’Etiopia che si estende fino ai confini del Sud Sudan e del Kenya. Ma i confini nazionali non hanno quasi senso per le oltre settecentomila persone appartenenti alle sedici etnie che compongono il mosaico culturale di questo pezzo di mondo che fino a pochi anni fa non aveva ancora conosciuto la contemporaneità. Le etnie che ricordo sono: Hamer, Mursi, Tsemay, Karo, Geleb, Banna, Borana, Konso, Desaech, Dosez…I più famosi sono forse i Mursi per via del piattello labiale e i relativi scatti di Salgado.

In questi ultimi anni il fiume Omo ha ridotto la sua portata idrica a causa delle dighe, l’ultima la Gibe III, realizzata da un’azienda italiana, la Salini, realizzata grazie a un mega prestito cinese al governo dell’allora premier Meles Zenawi (scomparso nel 2012 a soli 54 anni, il regista dello sviluppo etiopico). È una diga alta 240 metri che ha permesso di raddoppiare la produzione di elettricità (destinata per lo più a essere esportata in Kenya), oltre a creare un bacino per l’irrigazione di grandi estensioni di coltivazioni agroindustriali di cotone e canna da zucchero. Perché l’Etiopia affitta terre a basso costo alle multinazionali indiane e all’Arabia Saudita che qui ha realizzato il suo granaio per fronteggiare le crisi alimentari tipo quella che ha sconvolto il mondo nel 2008.

La cittadina di Jinka è la porta della Valle dell’Omo. Ci ho lavorato nel 2015, quando erano in corso i lavori di sbancamento, una striscia chilometrica di terra giallo ocra che squarcia la vegetazione rigogliosa, per la costruzione di un aeroporto. Io allora ci arriva in macchina dopo un viaggio di un giorno.

Jinka ha una sola strada asfaltata, il resto è polvere che diventa fango nero quando piove. Ma cambierà in fretta, come tutto qui in Etiopia, oggi conosciuta per la sua crescita economica, il suo Pil a due cifre, il suo premier Abiy Ahmed40enne e mussulmano di etnia oromo (la più popolosa e la storicamente più vessata, ma anche questo lo vedremo), per il suo presidente della repubblica federale donna (Sahle-Uork Zeudé), per il suo parlamento composto per metà di donne e per Meaza Ashenafi,la prima donna presidente della Corte Suprema federale.

Ero andato per una ricerca sull’uccisione dei bambini minji. I minjii sono considerati portatori di sventura, di carestie, di alluvioni perché nati con i segni premonitori del maligno. Sono mingii figli concepiti fuori dal matrimonio, i gemelli oppure quei bambini cui gli incisivi superiori spuntano prima degli inferiori. Il motivo della soppressione dei bambini minjiè ancora sconosciuto. Quel che è certo è che l’infanticidio è un reato punito dallo stato etiopico, che ci sono ancora gruppi che lo praticano e che tra le altre c’era un’associazione che si occupava di accogliere i bambini salvati dall’omicidio.

Quando varcai la soglia della casa famiglia di quell’associazione, un nugolo di bambini e di bambine mi corse incontro attaccandosi alle mie gambe. «Qui ospitiamo quarantanove minori, tutti di etnia Kara e Hamar, salvati da morte sicura», mi disse un’assistente. Un paio di bambini restarono però in disparte, guardandosi intorno circospetti. Una in particolare attirò la mia attenzione. «Quella è Baby Gida, ti ricordi?». Stentai a riconoscere la bimba Hamar che mi fissava. Alla fine ricordai che l’avevo vista per la prima volta un anno prima, quando aveva un paio di anni. A colpirmi furono i suoi occhi cattivi incollati su di me e la pelle del volto rinsecchita. Era lo sguardo torvo di chi ha passato tre giorni e tre notti nel bushsenza acqua né cibo. I genitori l’avevano abbandonata perché Gida è minji.

I Kara – meno di duemila persone distribuite in tre villaggi lungo il fiume Omo, suddivise in dieci clan – hanno smesso da due anni di uccidere i minji. Questo risultato straordinario si deve al lavoro di questa associazione. Ideatore e presidente è stato un giovane uomo kara di trentaquattro anni educato in una missione protestante svedese che ha dato istruzione a molti ragazzi della zona. «Questa tremenda superstizione primitiva ha anche degli effetti collaterali. Nella casa famiglia ospitiamo una bambina cui la madre ha spaccato gli incisivi superiori perché non la portassero via. È viva per miracolo: la donna le ha sfondato il palato con una pietra», mi disse il presidente dell’associazione.

A rendere più complessa la situazione c’è il fatto che la casa famiglia sorge fuori dal territorio Kara, nella città di Jinka appunto. Questa piccola comunità ha assunto un’identità separata: antropologicamente sono dei bambini minjinati Kara, ma non più Kara. È una situazione liminale perché questi minori sopravvissuti rischiano ora di vivere in una situazione molto conflittuale a livello locale essendo considerati Kara dagli altri gruppi etnici della città, ma esclusi dal gruppo originario. È come se fossero etnicamente apolidi.

Nel cuore dell’Omo

Scendemmo dai mille e cinquecento metri di Jinka spingendoci ancora più a sud, verso il villaggio di Turmi, nel cuore dell’Omo Valley. Ci lasciammo alle spalle i verdissimi alberi carichi di manghi rossi imboccando una lunga strada sterrata, a trecento metri sul livello del mare con l’orizzonte che si perdeva in una distesa infinita di acacie dalle fronde larghe e di aloe in fiore. Incontrammo greggi di mucche scortati da pastori con il petto e la schiena scarificati. I kalashnikov a tracolla gli servono per difendersi dalle razzie delle altre tribù (“e per difendersi dai militari governativi che vogliono cacciarli da qui”, aggiunse l’autista).

Dopo tre ore di pista entrammo in territorio Hamar. Al contrario dei Karo che vivono sulle rive del fiume, gli Hamar abitano l’entroterra dove coltivano sorgo e allevano ruminanti. Sono circa sessantamila individui suddivisi in 25 clan e occupano un’area di 5 chilometri quadrati.

È dietro un campo di sorgo rosso di pochi metri quadrati, difeso dall’assalto degli uccelli dallo schiocco della fionda di un bambino, che incontrai Ziga. «Ho più di dodici anni, anche se non so precisamente quanti», disse la ragazza con lo sguardo assente. Aveva le tempie perfettamente rasate, le treccine dritte al centro della testa e il seno nudo. Era scortata dai due fratelli. «Mio figlio è nato minji. Avremmo dovuto abbandonarlo nel bush, ma è venuta la polizia. Ci hanno detto che se lo avessimo ucciso ci avrebbero sbattuto in prigione. Allora i miei fratelli mi hanno portata via con il bambino perché mio marito doveva ucciderlo, come vuole la tradizione». Le chiesi se era preoccupata. «Sì, perché mio marito mi ammazza di botte se mi trova», disse. «Non per il bambino?», chiesi. «Lui deve morire, è la nostra legge», rispose guardando un punto indefinito tra gli alberi. «Non reagisci alle botte?». La ragazza girò la testa verso il traduttore come se non capisse la domanda: «Noi donne valiamo meno delle mucche, è la cultura, è normale che ci picchino».

Ritornammo verso Turmi, un villaggio militarizzato perché era scoppiata la guerra tra alcune tribù contro il governo centrale che cercava di fare un ressetlement forzoso, di spostarle lontano dalla super strada che attraverserà la valle. C’erano stati scontri a fuoco e i pastori avevano ucciso nove di quei militari che presidiavano la strada in mimetica color blu elettrico.

«Lo sai che l’attività dell’associazione che si occupa di minji ha provocato la reazione di un’associazione di antropologi americani?», mi chiese l’autista. Scossi la testa. «Accusano l’associazione di interferire con le tradizioni di queste genti».Guardai fuori dal finestrino del 4×4 pensando al paradosso degli antropologi che sembravano ignorare la presenza delle multinazionali della soia e della canna da zucchero che, incentivate dal governo che affitta loro le terre a basso costo, disboscano questo territorio per avviare le loro piantagioni intensive. Perché il vero problema qui non è conservare le tradizioni, ma la sopravvivenza stessa di queste persone. Non solo. In quel 2015 erano già iniziati i lavori per una superstrada a quattro corsie che collegherà l’Etiopia con il Kenya. La realizzeranno sempre i cinesi. “Vedi quei segni bianchi sulle rocce? Stanno già facendo i rilievi. Tutto quello che vedi adesso, questa natura potente, tra dieci anni non ci sarà più. L’autostrada porterà stazioni di servizio con alcolici, gioco d’azzardo e prostituzione. Le donne con il piattello labiale o con i collari del matrimonio che oggi raccolgono qualche soldo con i turisti, domani saranno le prostitute prima per i cinesi che realizzeranno l’opera, poi per i camionisti”.

Parlai di questo anche con un anziano coltivatore che aveva studiato nella missione svedese: «La strada farà passare tutto, cose belle e cose brutte. Porterà tante merci, ma anche Al Shabab. Lo ha detto la radio». Anche lui vestiva all’occidentale. «E poi dove ci sono camionisti c’è alcolismo e prostituzione: già oggi i giovani Hamar hanno problemi di alcolismo. I soldi facili li ha portati il turismo».

Replicai che forse i mutamenti più profondi li avrebbe portati la terza diga sul fiume Omo, la Gilgel Gibe III, allora in costruzione. Essendo una piccola comunità che vive grazie alle esondazioni del fiume Omo, quello Kara è uno dei gruppi più a rischio, come i Dessanech, sessantamila persone che abitano le fertili pianure del delta. «A dire il vero», rispose «la desertificazione non è colpa delle tre dighe, ma è iniziata una ventina di anni fa quando le famiglie più ricche hanno comprato le capre le quali hanno divorato le radici delle piante di questo delicato ecosistema», ma non mi convinse.

Maltusianismo primitivo? Il giorno dopo ci inoltrammo nel bush. Le voci del nostro arrivo si diffusero in fretta. Dovevamo raggiungere una famiglia che aveva salvato il suo quinto figlio dall’abbandono. Alcuni antropologi sostengono che l’abbandono sia una rappresentazione culturale e che i bambini siano in realtà dati in adozione ad altre famiglie, anche se questo non può essere rivelato in pubblico.La versione che raccontò la famiglia che raggiungemmo dopo un’ora di cammino, era invece molto diversa. Due ragazze quasi nude se non per un gonnellino che dal coccige scende fino ai polpacci, ci fecero sedere su una pelle dura di capra in attesa che dai campi di sorgo arrivassero gli altri altri membri della comunità. Il sole picchiava forte, ma sotto quest’albero si respirava. Dell’acqua scura bolliva dentro un enorme pentolone nero appoggiato sul fuoco vivo. Una donna con un bimbo sulle spalle asciugava con la mano delle zucche essiccate tagliate a metà che poi riempiva direttamente dalla pentola. È un infuso caldo e insapore utile a non disidratarsi, fatto con le sole bucce di caffè perché l’“oro nero” qui è troppo caro.

La famiglia era composta da una ventina di persone. «Abbiamo deciso di tenere nostro figlio contro la volontà dei saggi», proclamò un’anziana nuda e sdentata. Un uomo, considerato il re di quest’area annuì: «Mi sono battuto come un leone per la vita del mio ultimo figlio», disse indicando un putto di un anno che gattonava allegro. L’uomo con la sua cresta arancione adornata di piume colorate era sposato in terze nozze con una ragazzina che non aveva quattordici anni. Il penultimo figlio del re, un ragazzino con un chiodo ornamentale infilato nel labbro inferiore, guardava incuriosito i miei occhiali.

La prospettiva funzionalista ritiene che l’uccisione dei bimbi minjisia una sorta di maltusianesimo primitivo, un modo per mantenere invariato il tasso di popolazione sopprimendone una piccola parte. Seppure suggestiva perché cerca di spiegare in modo schematico un fenomeno complesso, questa ipotesi non calcola le sfaccettature della realtà antropologica.

Mutilazioni genitali femminili

Al ritorno facemmo una sosta a Turmi. Era giorno di mercato. Una decina di bambini sorridenti ricoperti di croste sulla testa rasata mi circondarono e mi presero la mano. “Tienimi con te” disse quella stretta. Gli uomini del villaggio li scacciarono come cani rognosi, ma uno tornò poi a sfiorarmi con dolcezza la gamba. Le donne Banna ricoperte di un’argilla rossa scintillante dai piedi fino ai capelli intrecciati, esibivano le loro mercanzie: tuberi, fagioli secchi, tabacco selvatico. Alcune avevano il collo stretto da enormi collari di cuoio con un’estremità di metallo all’altezza della gola. «È la collana della prima moglie», disse l’autista. «Se vuoi fare delle foto basta una banconota da cinque birr». Con l’equivalente di venti centesimi potevi fotografare gente che poi guardava con diffidenza quel pezzo di carta perché non ne conosceva il valore.

Nel pomeriggio andai in una scuola di Turmi per un incontro del presidente dell’associazione con gli studenti che vivono nel villaggio. I ragazzi, tutti tra i dieci e diciotto anni, erano radunati sotto le fronde di un enorme albero. Quando, alla fine del suo discorso, il presidente condannò le mutilazioni genitali femminili, il gruppo dei maschi rimasto ai margini del cerchio disse: «Se non gli tagli il clitoride, la donna resta selvatica, non diventa un essere umano». Tra le risate generali, una ragazzina chiese: «Non possiamo evitarlo: a quelle che rifiutano gli bruciano la casa».

Raggiungemmo una capanna sulla strada. Una donna Hamar ci corse incontro: «Fate qualcosa, mio figlio è un minji,gli anziani hanno stabilito l’abbandono, morirà!». Il presidente la rassicurò. «Almeno questo posso evitarlo», mi disse. «Non è poco», risposi. Poi gli raccontai della piccola Gida che avevo incontrato a Jinka. Era stato il presidente in persona a trovare la bambina, di notte, nella savana. Gli dissi che non l’avevo riconosciuta perché l’anno che ha passato in casa famiglia aveva cancellato le sue rughe di terrore della morte. Gli dissi che mi aveva sorriso e che mi aveva preso la mano. Il presidente si tolse gli occhiali: «Grazie per avermelo detto. È la cosa più bella che sia successa quest’anno».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: