Il viaggio inverso: dalla città pubblica alla città del consumo

Come, quando e perché la sinistra ha perso il contatto con le periferie. Una lettura della crisi attraverso l’analisi delle politiche di welfare negli ultimi vent’anni.

Premessa

Questa storia inizia con un viaggio trionfale dalla periferia verso il centro di Roma e termina con un viaggio inverso alla ricerca delle ragioni che hanno determinato non solo la sconfitta della sinistra che ha governato per diciotto anni la Capitale, ma soprattutto lo scollamento dal grande tema del welfare da parte della politica. Come vedremo, è mancata una politica per la casa e un piano per la cooperazione sociale spesso ridotta prestatore di manodopera a basso costo, le periferie sono state abbandonate a loro stesse ed è stato ideato (e gestito) un modello di accoglienza segregazionista e dispendioso per rom e immigrati, quello dei centri e dei campi.

Per dirla con Garcia Marquez in Cronaca di una morte annunciata, perché tale è stata l’evaporazione della sinistra nella Capitale, bisogna tornare “in questo luogo dimenticato per cercare di ricomporre con tante schegge sparse lo specchio rotto della memoria”.

  1. Le origini culturali del Modello Roma

Nel film elettorale di Giorgio Ferrara “Io voto, tu voti (PCI)”[https://www.youtube.com/user/AAMODAAMOD] del 1981, Ninetto Davoli è un militante comunista sfegatato che deve convincere un riluttante Franco Citti a votare Petroselli. Nel viaggio verso il centro da Tiburtino Terzo, dove oggi bande di neofascisti alimentano l’esasperazione popolare, Davoli illustra le conquiste delle giunte rosse: la demolizione dei borghetti, le case popolari, l’impianto per la raccolta dei rifiuti, la metro A, il verde pubblico, il sistema idrico-fognario, la cultura per tutti. A piazza Augusto Imperatore poi, i due litigano con un riccastro: «Sei amico di Caltagirone», gli gridano. Alla fine, in Campidoglio, incontrano Petroselli e si complimentano per il lavoro svolto: «Allora è vero che si può cambiare», dice Citti ormai convertito.

Quando esce il film di Ferrara, Pasolini era morto da sei anni dopo essersi riavvicinato al PCI. Accanto a lui c’erano tre giovani dirigenti comunisti. «Pasolini disse a me, Veltroni e Borgna: “Ho fatto un film terribile ma vi ho dedicato una scena di speranza”», ricorderà Bettini[2]. La speranza che i tre avevano riconosciuto in Salò s’incarnerà idealmente nel filmato elettorale di Ferrara: i comunisti romani, con una raffinatissima operazione di pedagogia politico-culturale, addomesticano pensiero apocalittico di Pasolini trasformandolo in uno spot per Petroselli. Ma se l’idea-obiettivo di Petroselli era «l’unificazione di Roma, l’unificazione culturale dei borgatari che si avvicinano ai borghesi e l’unificazione territoriale delle borgate che si accostano al centro, cioè l’esatto contrario dell’omologazione consumistica denunciata da Pasolini»[3], il risultato raggiunto dagli eredi del PCI alla guida del Campidoglio negli anni Novanta e Duemila sarà quello di una città del consumo.

  1. Il quindicennio rosso: diritto edificatorio e intangibilità della rendita fondiaria

Nel 1993, durante la chiusura della campagna elettorale per Rutelli (https://www.radioradicale.it/scheda/59185/59251-la-chiusura-della-campagna-elettorale-di-francesco-rutelli-in-ballottaggio-il-5), Gigi Proietti recitò La lettera al sindaco Tupini di Ennio Flaiano illustrando ironicamente come si costruiva una strada nel 1956 in un quartiere nuovo[4]. Dopo gli appalusi Proietti, sornione, specifica che non ci sarà bisogno di lettere del genere per Rutelli[5]. Un auspicio sbagliato, purtroppo.

Il centrosinistra ha governato la Capitale dal 1993 al 2008 (e dal 1997 con Rifondazione Comunista), contando per otto anni sulla Regione Lazio con Badaloni e Marrazzo e altrettanti sul governo nazionale (1996-2001 e 2006-2008). Arrivarono molti soldi: per Roma Capitale, per il Giubileo del 2000, per i Mondiali di nuoto. Rutelli ma soprattutto Veltroni, ancora politicamente giovani, invece di investire energie per far funzionare la complessa macchina amministrativa e portare Roma fuori dalla palude dell’emergenza sociale, hanno riservato le forze per autopromuoversi utilizzando il proprio ruolo come un trampolino per l’ascesa ai vertici della politica nazionale. Entrambi hanno infatti abbandonato a metà del secondo mandato (perdendo poi con Berlusconi) dopo aver realizzato il «peggior PRG della storia di Roma Capitale»[6] e aperto 36 centri commerciali nelle nuove periferie polverizzate.

  1. La segregazione amichevole dei reietti: quartieri-dormitorio, shoppingMall, campi rom

Durante la prima giunta Rutelli, in piena tempesta Mani Pulite, i partiti sopravvissuti a Tangentopoli erano ancora rappresentativi e, grazie al nuovo sistema elettorale in rodaggio, c’era una solida maggioranza e almeno due opposizioni vere: quella del MSI e quelle di sinistra con i movimenti e gli intellettuali organici. Il primo Rutelli fu quindi partecipato e animato, a riprova che il conflitto è vitale per la democrazia. In quella fase i contrappesi al potere erano reali e il modello Roma non era ancora quel dispositivo che condizionerà ogni aspetto della vita della città. Con Rutelli si gettano però le basi per lo scollamento della sinistra dal suo elettorato con la costruzione dei nuovi quartieri-dormitorio che rappresentano il modo in cui a Roma è stata interpretata l’urbanistica delegata alla mano visibile dei costruttori e alla logica del “pianificar facendo”[7]. Sorgono Ponte di Nona, Ponte Galeria e Porta di Roma dove un quarto dell’edificato era destinato a funzioni pubbliche e private, invece è un quartiere quasi solo residenziale mezzo vuoto per il calo dei residenti e per i costi elevati del listino immobiliare che altrimenti crollerebbe. Un luogo dove la metropolitana promessa, se mai arriverà, costerà settecento milioni[8]. Il risultato è una disgregazione sociale che ha acuito la crisi del tessuto commerciale di vicinato e soffocato le periferie per mancanza di politiche per la mobilità. Come a Ponte di Nona, «l’esempio quasi pornografico della Roma di Fuori»[9], un tipico quartiere su cui Flaiano ironizzava nel 1956, stigmatizzato da Proietti nel 1993 durante la campagna elettorale e poi costruito proprio sotto Rutelli. Ponte di Nona – che solo grazie alle lotte dei comitati oggi ha i servizi di base – è la contraddizione del centrosinistra al governo nell’era della Terza Via. A partire dalla toponomastica con la strada intitolata a quel Francesco Caltagirone contro cui Citti e Davoli inveiscono nel film elettorale, a dimostrazione che «a Roma la continuità storica è data dai costruttori», come disse Ettore Scola[10].

L’urbanistica del disprezzo, quella che caratterizza chi è stato relegato ai margini della città, è il filo che collega i nuovi quartieri-dormitorio, i loro rispettivi malo e il campo rom di via di Salone, uno dei più grandi d’Europa con i suoi 1.200 ospiti e i suoi roghi tossici. Ma lo scollamento tra politica e periferie depauperate avviene anche per il cinismo delle classi dirigenti che hanno alimentato razzismo e aporafobia con slogan allucinatori quali lo spostamento dei campi rom «alle porte di Roma»[11], «fuori dal GRA, a trenta chilometri dal centro»[12], come se lì non risiedessero oltre un milione di romani, a significare che quei luoghi sono discariche urbane.

  1. Logica dell’emergenza, sistema degli sgomberi epacata istigazione all’odio razziale

Nelle questioni sociali il modello Roma si riassume nello slogan Nessuno resti solo che, nella fase 2001-2004, portò a triplicare i posti di pronta accoglienza. L’altra faccia della medaglia prevedeva però gli sgomberi a tappeto di campi, occupazioni e baraccopoli. Nessuno sa quanti siano stati, però un manifesto del centrosinistra per le elezioni comunali del 2006 rivendicava che a Roma «in 5 anni sono state spostate 8.000 persone dagli insediamenti abusivi».

manifesto elettorale 2006

Una media di 1.600 persone all’anno, oltre 113 al mese, quasi 5 persone al giorno. Secondo l’Associazione 21 Luglio uno sgombero costa 1.250 euro a persona[13], quindi nel primo quinquennio di Veltroni sono stati spesi oltre dieci milioni di euro per “spostare” gente poi finita in altre occupazioni spontanee o in nuove strutture. Il coordinatore degli sgomberi era Odevaine, il vicecapo di gabinetto di Veltroni, mentre il principale gestore dei nuovi servizi era Buzzi, entrambi condannati in primo grado nel processo Mafia Capitale. Gli “spostati” vagano ancora oggi da un interstizio della metropoli a un altro, come dimostra lo sgombero ad agosto 2017 del palazzo a piazza Indipendenza dove c’erano nuclei eritrei in Italia da vent’anni.

Ma il volto più feroce del modello Roma emerge nell’autunno del 2007: l’omicidio di una donna da parte di uno straniero è la scintilla – in concomitanza con un sondaggio Ipsos che rivela il crollo del consenso verso il sindaco[14] – per scatenare una crisi politica che terminerà con la caduta di Prodi[15]. Veltroni ottiene dal governo iniziative straordinarie per la sicurezza: «Roma era la città più sicura del mondo prima dell’ingresso della Romania nell’Ue»[16]. Tra le poche voci critiche quella di Pannella: «Il dolce Veltroni ha ispirato una cosa da non credere, un romeno ammazza una persona e il nostro governo si rivolge all’UE e al governo romeno come se questo fosse il rappresentante dell’aggressore»[17]. Il voltafaccia di Veltroni è violentissimo e immotivato, specie considerando la tendenza delittuosa molto bassa della Capitale.

  1. Parioli ultimo avamposto della sinistra romana.

Se i politici non apprendessero la realtà dai resoconti dei giornalisti e dei magistrati, avrebbero saputo del sistema pilotato degli appalti e dei fondi pubblici distratti dai servizi sociali per finanziare la politica[18] prima delle intercettazioni di Mafia Capitale. Che il sociale e l’ambiente siano solo la punta dell’iceberg di un sistema corruttivo ramificato è più che un sospetto. Ed è qui che bisogna ricercare uno dei rizomi per spigare lo scollamento tra il vertice della sinistra dalla sua base, tra centro e periferie. Un altro elemento si trova invece nel punto da cui siamo partiti. Una volta al potere, il centrosinistra di Veltroni, Rutelli e Bettini è passato dall’idea di una città pubblica orientata ai servizi universali propria di Argan, Petroselli e Vetere a una città del consumo[19]che ha stravolto il disegno originariocon la cesura tra città consolidata e periferie atomizzate.

Il modello Roma troverà nel campo culturale[20] la sua espressione più pura per la gestione del potere capitolino nel «quindicennio bettinian-lettiano»[21]. La pax veltroniana mostrerà una doppia faccia: quella dura che domestica il conflitto sociale e quella liquida che confonde la città in un vortice scenografico di notti bianche, Nuvole feste del cinema. Smaltito l’incantesimo collettivo a terra resterà una colata di 70 milioni di metri cubi di cemento[22].

Sul piano sociale il modello Roma sfigura anche in comparazione con gli sbardelliani anni Ottanta quando don Di Liegro realizza ai Parioli – che non era ancora diventato l’ultimo avamposto della sinistra – un centro per persone con Hiv, un luogo di ascolto in via delle Zoccolette, la mensa della Caritas a Colle Oppio, il dormitorio e il poliambulatorio in via Marsala, a testimonianza che il centro storico non è una vetrina, ma può e deve accogliere tutti, come dimostra la comunità di Sant’Egidio a Trastevere.

A certificare la vocazione antisociale del modello Roma resta il tumulto della città di fuori e i miliardi sprecati per segregare i “reietti della città” e cronicizzare l’emergenza nel tentativo di occultare il disagio. Con quei soldi si potevano risolvere i problemi della casa, della mobilità e delle periferie che affliggono storicamente Roma e invece, usando Petroselli e Pasolini come elementi retorici, sono state create le premesse per la nascita delle prime banlieue capitoline.

[1] Archivio visuale del movimento operaio e democratico.

[2]G. Bettini in F. Cevallos, PasoliniSalò: mistero crudeltà e follia.L’Erma di Bretschndeider, 2005, pag. 5.

[3]E. Baffoni V. De Lucia, La Roma di Petroselli. Il sindaco più amato e il sogno spezzato di una città per tutti. Castelvecchi, 2011, pag. 35.

[4]“Prima s’installeranno i pali in aperta campagna con i nomi della via, poi si edificheranno palazzi a otto piani e gli avvallamenti del terreno si trasformeranno in palude. L’anno seguente riprenderà il lavoro che sarà interrotto a metà e ripreso l’anno successivo. Un mese dopo l’inaugurazione si riaprirà la strada per l’installazione dei tubi del gas, poi una seconda volta per i cavi elettrici, una terza per l’acqua e una quarta per i cavi del telefono che, nei quartieri popolari, saranno allacciati dopo sei anni. Se si volessero gli alberi, si riapriranno i marciapiedi per piantarli anche se le radici possono danneggiare le condutture nel sottosuolo e rendere necessaria una quinta e non necessariamente ultima riapertura della sede stradale essendo la sesta riservata eventualmente alle fogne”. Chiusura campagna elettorale di Rutelli ballottaggio per la carica di Sindaco di Roma, http://www.radioradicale.it/scheda/59185?i=2417141.

[5]In quei giorni un neofascista rischiava di diventare sindaco di Roma anche se oggi fa sorridere, ripensando che nel 2010 Rutelli e Fini si sarebbero coalizzati con Casini nel Nuovo Polo per l’Italia.

[6]Renato Nicolini, Il Manifesto, 28/06/2012

[7]La polverizzazione delle periferie è «la conseguenza della scelta fatta dal Comune di Roma di rinunciare alla strada maestra della pianificazione urbanistica», V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta. Perché la Capitale non è più una città e cosa fare per ridarle una dimensione pubblica, Castelvecchi pag. 19.

[8]«per una tratta di quasi quattro chilometri dalla stazione di Conca d’Oro con soldi dei privati che in cambio otterrebbero altre cubature: una specie di spirale infinita», F. Erbani, Porta di Roma, storia esemplare di pianificazione tradita, La Repubblica 1 luglio 2013.

[9]F. Giammarco, Cronaca dalla Roma di Fuori,http://www.cronacheurbane.it/2016/05/05/roma-di-fuori-ponte-di-nona/

[10]A. Gnoli, La Repubblica, 14 gennaio 2013.

[11]G. Vitale, Campi rom, individuate le aree,La Repubblica, 21 maggio 2007

[12]C. Fusani Fra cronaca nera e integrazioneLa Repubblica, 18 maggio 2007.

[13]Campi-Nomadi Spa, 2013.

[14]C. Cerasa, La presa di Roma, Rizzoli, 2009, pag. 19.

[15]https://www.youtube.com/watch?v=wMFHCZ8584I

[16]«I prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone», Sicurezza, Veltroni contro la Romania. Per le espulsioni varato un decreto legge.La Repubblica, 31 ottobre 2007.

[17]Donna seviziata, scontro sulla sicurezza.Corriere della Sera, 1 novembre 2007

[18]Finanziando in chiaro tutto l’arco consiliare, il presidente della cooperativa 29 Giugno rivela di aver utilizzato i soldi dei profitti non per riqualificare la cooperativa, ma per cercare di acquisire crediti per garantirsi favori futuri. Ragione per cui da un lato il finanziamento pubblico ai partiti dovrebbe essere interdetto alle cooperative sociali e dall’altro i politici consapevoli dovrebbero evitare di accettarlo.

[19]A Roma i centri commerciali arrivano in ritardo rispetto alle altre capitali europee. Mentre a Roma costruivano la periferia, in Europa i centri commerciali aprivano solo nel cuore delle città: si passava da lì per andare a prendere il treno e la metropolitana. Quella scelta subita segna definitivamente la città del consumo proprio mentre spariscono le imprese produttive. Giovanni Caudo intravede in questo passaggio una eco di come la Quarta Roma è popolo che fornisce manodopera precaria, ma anche luoghi di una città-infrastruttura dove, oltre al commercio, si trovano forme surrettizie di socializzazione e di welfare (lo spazio bambini di Ikea usato dalle mamme sole con figli per liberarsi per qualche ora del bambino). Sparisce la città come costruzione sociale, siamo agli antipodi della vicenda della periferia romana di Argan e Petroselli. Non c’è più alcun riscatto sociale e il territorio è solo consumo.

[20]Impressionante la coerenza politica tra i diversi livelli di governo, con Veltroni e Rutelli che si scambiano di posto al Ministero dei Beni culturali (il primo da Ministro va a fare il sindaco il secondo da sindaco diventa ministro), una coerenza che nasconde però la crisi della Capitale e del suo ruolo post 1989.

[21]C. Cerasa, Op. Cit.

[22]I. Insolera, Roma Moderna. Da Napoleone I al XXI secolo. Einaudi, Torino 2011, pag. 366.

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