Melina la donna dei confini.

Un’analisi antropologica di un caso di una mistica errante. Un saggio del 1994

 

“La cultura contemporanea in genere concepisce la religione come illusione. Vi è un tentativo però di spostare l’essenza della religione oltre le configurazioni storiche: la religione autentica che non ha nulla a che vedere con le illusioni, starebbe altrove, al di là e al di sotto dei luoghi in cui le Chiese vorrebbero trattenerla”.
Emanuele Severino

 

Davanti al Palazzo di Giustizia, per i romani il palazzaccio, sul Lungotevere Prati, nei primi giorni della primavera del novantasei, risaltava, su uno dei cestini verdi della Nettezza Urbana, questa scritta: “E’ grazia di giustizia/ con letizia propizia/ libera da sporcizia/ tutti sazia”. Erano parole ricamate su un pezzo di stoffa rossa ritagliata a forma di cuore. Al centro del cuore spiccava la firma dell’autrice: Melina Riccio.

Questo non è che uno dei molteplici indizi che chiunque, con un minimo di attenzione, può scorgere, negli interstizi della città, tra S.Pietro, l’ospedale Santo Spirito e, appunto, il Palazzo di Giustizia, perché‚ questa è la zona, il triangolo, scelta da Melina per la sua azione di redenzione degli uomini dall’oppressione del potere dello Stato e della Chiesa e per un nuovo contatto con la vera Madre, la Natura.

Melina PP

Melina è una donna di quarantaquattro anni che ha passato gli ultimi undici “a lavorare per Cristo”. Afferma infatti: “Io vengo in nome del Creatore e rigenererò l’uomo tagliandogli le unghie e i capelli”. Di origine campana, Melina si trasferisce appena diciannovenne a Milano, dove trova un lavoro, si sposa e fa due figli. Dopo anni di soddisfazioni professionali e familiari però, a causa di ingenti debiti dei genitori è costretta a vendere un terreno in Irpinia al quale era molto legata affettivamente. Nello stesso periodo, il marito la rimprovera duramente di occuparsi troppo del lavoro a discapito della famiglia. Per le eccessive pressioni esterne, la donna inizia a soffrire di una forma di depressione molto acuta che la porterà ad uno stato di anoressia grave e a manifestare tendenze suicide: “Son crollata, non volevo più vivere!”, ricorda Melina. Iniziano così i calvari della speranza da una clinica privata all’altra: “eravamo benestanti, potevamo permettercelo” e le preghiere di guarigione associate agli psicofarmaci: ” ‘sti veleni che mi davano erano micidiali, mi intontivano sempre di più!”. Alternando stati di annebbiamento psichico a stati di estrema lucidità in cui si rende conto di subire terapie inutili e continui “ricoveri coatti”, la donna è costretta ad ammettere, dolorosamente, a se stessa: “mio marito mi amava finchè aveva il mio corpo. Poi, quando non sono stata più bene, mi ha scaricata nelle cliniche. Così mi son detta: però la terra non considera il mio corpo solo quando sto bene! E sai cosa mi ha aiutato?”. La donna racconta questo episodio come fosse una chiamata divina: “mi ha aiutata una mela mezza marcia che ho preso a terra. Io mi chiamo Melina, ma ‘sta mela assomiglia a me e, se una parte è marcia, l’altra è ancora buona. In clinica psichiatrica ho disegnato un albero col quale ho raffigurato la società e io, come mela, mi sono vista caduta: ‘cavoli e lì che ci faccio? Devo ritornare da mia madre, cioè la terra!”.

 

L’azione simbolica e il depotenziamento del male

La simbologia di Melina è esplicita e immediata. L’albero rappresenta la potenza, è simbolo della vita e strumento di teogonia cosmica. Il cosmo è immaginato in forma di albero, l’albero della vita. L’albero è il legno della croce di Cristo, della fecondità inesauribile. ”Se l’albero è carico di forze sacre, ciò avviene perché è verticale, cresce, perde le foglie, le recupera e di conseguenza si rigenera (muore e resuscita) innumerevoli volte”, scrive Ida Magli[1]. Nel vitalismo di Melina, la rigenerazione e l’energia sono elementi sempre presenti: stava morendo-appassendo dentro le cliniche, ma è “risorta” come lo sciamano che per rinascere deve prima morire. Melina è tornata alla vita autorappresentandosi come una mela non ancora marcia, sulla linea di demarcazione, né fuori né completamente dentro, alla società-albero. E’ proprio in questa condizione liminale, il fondamento della cosmogonia che Melina ripropone nelle sue azioni, coattive, nelle quali ripete la propria esperienza salvifica.

Elaborando un sistema di vita “al di fuori”, alternativo e patologico, Melina è riuscita ad evitare una degenerazione delle sue condizioni nelle carceri d’oro della psichiatria privata. L'”efficacia simbolica” del suo gesto, citando un famoso paragrafo di Lèvi-Strauss, dell’agire “come se”, ristrutturando la realtà, ha consentito a questa donna un riscatto sociale concreto. Era sola al mondo nella fase di sofferenza psichica acuta, ma una mela, il frutto di un albero, il simbolo della nascita, le ha ridato energie vitali per ricominciare.

La simbologia della mela è pressoché infinita, essendo il frutto del peccato originale. Melina però non ha mai fatto tale riferimento. Le uniche azioni associabili alla tentazione che le ho visto compiere, sono le provocazioni nei riguardi della chiesa ufficiale contrarie al cristianesimo di base, reale, presente nella società.

Melina segue un filo conduttore, un discorso circolare. La sua visione del mondo è manichea. Il mondo è composto da energie contrapposte buone e cattive, demoniache e divine, che devono essere depotenziate e incanalate nel ciclo con il segno mutato. Ad esempio legando attorno ad uno dei pini dei giardini di Castel Sant’Angelo un fiocco bianco, secondo un rituale apotropaico atto a “contenere le energie malefiche del Vaticano”, come dice lei stessa. I suoi nodi e i suoi fili, reali o immaginari, delimitano la zona della sua azione magica e collegano tra loro i luoghi che lei considera “sacri”: microcosmi formati dalla sacralità delle acque (fontane o fiume), pietre (“le fondamenta della Chiesa”), cespugli, alberi, veri e propri tempietti che lei ricrea nei luoghi della città come ad esempio gli argini del Tevere. I suoi altari sono una “imago mundi”[2].

Seguendo i suoi disegni simbolici, Melina pianta i semi della frutta che mangia nei “luoghi sacri” al fine di rigenerare, per far crescere gli alberi che rappresentano il centro dell’universo. Seminando, Melina pone se stessa al centro del mondo in quanto lei è pianta e frutto, essere umano e divinità. Melina infatti vive al centro, nel cuore, nel punto di incontro tra il Vaticano e lo Stato. La sua persona è il centro. Centrale è il suo ruolo poiché lei è “chiamata nel nome del Signore”. Il suo nome, Melina, cioè piccola mela, potenza della parola, è l’essenza stessa della forza vitale.

Attraverso le sue azioni, notiamo come siano pochi e sempre ricorrenti i simboli di cui l’uomo dispone. Ma non è un caso che sia proprio questa donna ad utilizzare, concretamente, certi simboli “naturali” poiché, condividendo come pochi altri individui – che potrebbero essere definiti: “erranti mistici Senza Fissa Dimora” – il contatto diretto con la natura della città, lei fruisce costantemente dei segni che la metropoli offre. “Le cose ci parlano” non si stanca mai di ripetere elaborando costantemente ciò che gli edifici, i rifiuti, i colori, insomma l’intero ambiente urbano, comunicano. Questa continua ristrutturazione è condizionata, contemporaneamente, dalla sua cultura di provenienza, quella meridionale e contadina. Melina utilizza infatti, per la sua interpretazione della città, strumenti magico-religiosi.

L’obiettivo delle sue azioni simboliche è contenere ed annullare il Male. Come ad esempio stendere, atterrare i quadri della Sala del Consiglio Comunale dell’isola di Vulcano. Oppure “costringere” le energie del maligno legando tra loro, materialmente e simbolicamente, in uno dei suoi luoghi sacri, l’oleandro (“che ha foglie velenose”), la “quercia malata” (“che dovrebbe dare frutti per maiali ma serve solo per i porci” gli esseri umani ndr) – e il “grano matto, le spighe di città, che è impazzito perché non può nutrire l’uomo ma ripete un gesto sterile, del grano mantiene la forma ma non ha sostanza”, dice.

Melina bidone

Sono azioni apotropaiche in quanto allontanano e contengono il male emanato da Castel S.Angelo che rappresenta lo Stato, da S. Pietro ovvero la Chiesa e dall’ospedale Santo Spirito cioè l’istituzione totale, le tre entità che l’hanno perseguitata e la perseguitano. Ancora una volta Melina “è costretta” (coazione a ripetere) a depotenziare l’influsso negativo che le tre Istituzioni sprigionano, contenendo quelle che lei avverte come energie malefiche, per sopravvivere alla pressione ansiogena che gli elementi citati, rappresentanti le istituzioni, le comunicano.

Notiamo qui a margine che il numero tre, numero magico per definizione, è ricorrente nella sua cosmogonia: l’uso dei tre colori della bandiera dell’Italia “malata e corrotta”, la trinità, le tre Istituzioni repressive.

Nel suo stesso deambulare o stazionare, semplicemente nel suo essere, inteso come esistere, Melina esprime l’azione simbolica di annullamento del male in favore del bene. Individuando continuamente i colori della bandiera italiana (che rappresentano la Nazione “una, trina e cornuta”) negli oggetti del Male, Melina comunica il suo disagio verso la società. Innanzitutto lo Stato che, attraverso l’Ospedale, ha consentito i suoi ricoveri coatti. Quindi la Chiesa che si è allontanata da Dio e che rifiuta di riconoscere la predicazione autentica, dunque la rivelazione, di Melina. Sono presenti in Melina elementi di cristianesimo primitivo e settario medioevale

Quella di Melina è una predicazione fatta anche attraverso una reale arte di strada, comune ad altri senza dimora, costruendo figure di terra e di creta trafugata dai vasi comunali che rappresentano lo Stato oppure rielaborando, con ago e filo, ogni oggetto che trova per strada trasformandolo e rinnovandone le funzioni. E’ anche attraverso la costruzione di questi oggetti, come ad esempio i giganteschi falli in erezione di creta o le aquile dei monopoli di Stato, ossessivamente presenti nelle sue figure, che lei cerca di depotenziare il segno maschile rappresentato dal monopolio del fallo. “Il potere è dei maschi e il demonio è uomo”, afferma Melina. Sono infatti maschi quelli che gestiscono il potere attraverso le Istituzioni repressive. Maschi come l’ex marito che l’ha abbandonata in un ospedale quando il suo corpo non gli serviva più come oggetto sessuale. Maschi sono i preti che quotidianamente l’allontanano dalle chiese. Maschi sono la maggior parte dei politici, dei medici, dei poliziotti, coloro che detengono ed esprimono fisicamente “questo potere che un giorno dovranno mollare”.

 

“Venendo nel nome del Redentore” lei stessa si contrappone frontalmente alle Istituzioni utilizzando la parola potente. “Come Gesù io sono sbattuta fuori dai preti e dai pistola, la polizia, che è tutta ‘na porcheria”. L’azione di questa donna è volta alla riappropriazione della parola, strumento primario del potere, maschile per eccellenza, violentemente sottrattale in clinica psichiatrica. I potenti psicofarmaci infatti, sedando l’ansia, rallentano il pensiero e inibiscono la parola.

Parlando in rima e ricollegando, attraverso le rime, i segni, Melina usa la parola come un’arma. Come le figure di argilla, come la produzione artistica attraverso le associazioni simboliche, così la parola, attraverso la rima, diventa trama, ordito, congiunzione di concetti e denuncia sociale.

Melina agisce in nome di tutte le donne e delle “persone nuove, le stelle, coi colori dell’Italia” dice, perchè “la vera chiesa siamo noi: stelle di margherite fiorite di cui io sarei la genitrice felice”. Il futuro, secondo Melina, è delle donne e delle persone che sapranno superare l'”egoismo maschile”. Donne come la Madre Terra, come la Stella, che illumina la via degli erranti, perché Melina si propone come guida, o meglio come profeta, riformulando, in maniera solitaria e personale, il misticismo dei figli dei fiori, il superamento dell’uomo, l’amore evangelico cristiano-primitivo, ed elaborando un progetto di nascita di una nuova entità, la stella, che prenderà il posto del vecchio essere umano. Oltre il potere.

Uno dei punti basilari nell’azione di questa donna, è l’autorappresentarsi come un profeta. Scrive a questo proposito Mary Douglas: “Considerando l’aspetto peculiare dei profeti vedremo che essi emergono di solito nelle zone periferiche della città […] attraverso il loro corpo esprimono quel rifiuto delle norme sociali che essi hanno attinto dalle loro origini periferiche […] dappertutto, l’individuo che si colloca nelle zone periferiche della struttura sociale adotta le stesse forme di espressione, e cioè un aspetto fisico strambo e scomposto”[3].

Anche il ruolo del profeta, storicamente appannaggio della cultura maschile in quanto incentrato sulla gestione della parola, viene utilizzato, per le sue finalità, da questa donna che, in tal modo, muta di segno ad un’altra istituzione culturale di questa società maschilista.

 

La normalità dell’abnorme

Come abbiamo visto, Melina è una donna del meridione che ha spezzato i vincoli fondanti della cultura d’appartenenza poichè è un’emigrata che si è allontanata dalla provincia verso la metropoli per sposarsi. Ha quindi sciolto il vincolo matrimoniale e quello sociale, dopo un lungo periodo di malattia mentale, diventando un’emarginata, una deviante, una barbona.

Scrive Margaret Mead: “La strega può sottrarsi al desiderio maschile, spezzando così il legame con la vita stessa.[…] Essa può fuggire, lasciando accanto al marito la sua pelle vuota per fargli credere di essere ancora al suo posto. […] La società possiede molti sistemi per insegnare agli esseri umani i loro doveri e dispone di una corrispondente quantità di sanzioni interiori ed esteriori per chi si sottrae ad essi”[4]. Potremmo aggiungere, in sintonia con alcune ipotesi etnopsichiatriche, che Melina ha adottato dei “modelli di cattiva condotta” forniti dalla società stessa, aventi la funzione di controllare la sua ribellione. Ma questa visione deterministica del funzionamento sociale non convince in pieno e, soprattutto, non è sufficiente per comprendere l’intero arco delle sue azioni. Melina invece compirebbe il suo itinerario mistico – simile a quello di uno sciamano che deve morire e rinascere simbolicamente per acquisire i suoi poteri magici – passando da una cultura di tipo tradizionale/contadina, quella campano-lucana, ad una metropolitana; per poi rompere con entrambe. Un’ulteriore rottura è rappresentata dal superamento dei ruoli tradizionali di moglie e madre recuperando parte della cultura d’origine magico-religiosa, e innestando tale cultura in quella urbana attraverso una serie di atti provocatori e simbolici nel tentativo di dare un senso all’esistente dopo aver passato più di cinque anni di cure nelle cliniche psichiatriche.

Durante il periodo di questa ricerca, in molti mi hanno chiesto come sia possibile credere a quello che le persone senza dimora raccontano e a verificarne la veridicità. La risposta, per dirla con W.Thomas, è semplice: “Se gli uomini definiscono reale una situazione, essa sarà reale nelle conseguenze”. Ai fini dell’indagine sono importanti l’osservazione e l’analisi dell’autorappresentazione di queste persone perché l’antropologia culturale studia le rappresentazioni che gli uomini danno di sè, della loro vita e dei loro bisogni.

 

Dal rifiuto l’aiuto

Melina, come dice lei stessa, vive al confine e non solo, fisicamente e simbolicamente, tra lo Stato e la Chiesa. Vive al confine della società, tra i centri e i suoi margini; tra la normalità – da lei considerata la reale forma di alienazione – e la pazzia. Non è certo il caso di aggiungere altra filosofia alla nozione di normalità e di adattamento, ma è certamente utile ribadire quanto sia ormai impossibile sostenere la teoria che fa dell’adattamento il criterio della sanità mentale, quindi della normalità. Ricordando Devereux: ai tempi della Germania hitleriana normale era la maggioranza adattata ad una società malata oppure il resto della popolazione? Melina, come tutti i senza dimora, implicitamente o meno, quasi mai per scelta razionale, viola alcuni vincoli fondanti, culturalmente codificati, della Norma sociale poiché non vive in una casa, non lavora, pratica una forma di igiene personale comunemente aborrita lavando il suo corpo e i suoi abiti nel Tevere e nelle fontane della città usate dai tossicodipendenti e dai cani.

Ma non sono esclusivamente questi i dati che l’accomunano agli altri senza dimora. Anche in Melina riscontriamo delle strategie adattive all’ecologia urbana tutt’altro che passive, condivise dalla maggior parte degli homelesscon i quali sono entrato in contatto. Melina adotta, come gli altri, vere e proprie tecniche di sopravvivenza in uno degli ambienti più ostili del mondo, attraverso una personale cosmologia ristrutturante, a livello psicologico e materiale, la realtà.

L’esistenza diventa quindi, per Melina, itinerariumper la redenzione, propria e di tutti gli esseri umani, attraverso l’erranza, la penitenza, il profetismo e la povertà (intesa anche come riciclaggio continuo di ciò che, ancora buono, la società dei consumi rifiuta e getta via. “Dal rifiuto l’aiuto” ripete infatti costantemente la donna.

Rifiutandosi di ritirare ogni due mesi la pensione di invalidità che cinque anni fa lo Stato le ha assegnato Melina non solo rifiuta quell’istituzione che ha legittimato i suoi “ricoveri coatti” con gli elettrochoc e gli psicofarmaci che l’hanno privata, per lunghi periodi, della dignità di essere umano. Rifiutando la pensione, lei sceglie la povertà per avvicinarsi a Dio. Sceglie di compiere opera di penitenza camminando scalza, vestendosi e nutrendosi con ciò che la natura, l’ambiente urbano, può offrirle: i rifiuti. Dunque “dal rifiuto l’aiuto”. Melina diventa così predicatrice di una “vita più giusta e più sana” nel nome di Dio. Solo facendosi carico del “dolore di tutti gli uomini”, le è possibile affrontare il proprio dolore. Quella di Melina è un’elaborazione possibile, sincretica, della cultura contadina, meridionale, magico-religiosa, cristiano-primitiva, femminile con quella metropolitana e post-industriale.

Parlando in rima, baciata o alternata, utilizzando la potenza della parola, la profezia (spesso apocalittica), il mito, la ripetizione a volte ossessiva, Melina significa, controlla, ricrea il reale, cioè il mondo. Il profeta è “secondo la sua etimologia, un parlatore, colui che parla ‘in nome di’ (Dio); il suo ufficio di ‘rappresentante’ di Dio consiste principalmente nel discorrere […] il profeta è semplice strumento della ‘potenza’ […] egli è un chiamato, parla quasi sempre suo malgrado […] è colui che ha ottenuto la potenza del linguaggio ‘oggettivo'” scrive Ida Magli. “Il discorso oggettivo di colui che parla non consiste di semplici parole: la parola è anche atto” [5].

Melina è un profeta sui generis. In quanto donna infatti potrebbe aspirare alla beatificazione che spetta ad una Santa, oppure alla reiezione, al rogo, oggi esclusivamente morale, delle streghe. E invece lei si concentra sull’azione continua, sulla predicazione.

Vivendo nelle grotte e per le strade, sui marciapiedi, liquefatti come liquirizia fusa in estate e rigidi come pietra in inverno, camminando scalza, nutrendosi con ciò che trova, Melina trasforma il suo corpo, mutandone le funzioni, in modo da renderlo un’arma per la sua predicazione battagliera.

 

Melina PP 2

Il corpo aperto: la condizione dei senza dimora

In quanto donna, come dice Ida Magli, e in quanto senza dimora, il corpo di Melina è doppiamente aperto. Tra gli aspetti più cruenti di chi vive per strada infatti, vi è l’impossibilità di ripararsi e difendersi dallo sguardo, permanente, dei passanti. I senza dimora non conoscono, per anni, a volte per decenni nessun momento di riservatezza, di privacy. Il loro corpo è un sistema aperto, esposto ogni momento, privo di rifugi, materiali e psichici, attraverso il quale passa l’intera metropoli. E’ questo passaggio costante che li rende invisibili a noi passanti, ma in primo luogo a loro stessi. Spesso, per non diventare del tutto trasparenti, sono costretti a rifugiarsi nello stordimento, da alcol o da droghe, oppure nei meandri della mente e proteggersi dall’esterno con ogni oggetto.

Melina racchiude nelle sue azioni predicazione e insegnamento, rivelazione e norma di condotta. Millenarismo, vendetta della natura, apocalisse e apocastasi sono il suo vessillo. La povertà nella sua azione assume valore di critica sociale. Le parole e la condotta di Melina hanno anche un contenuto politico che la differenziano dalla maggior parte dei senza dimora.

La sua critica verso la società è radicale. Avendo provato direttamente le strutture assistenziali, le rifiuta: “Cristo mi farà sopravvivere”, dice. Intransigente, Melina opera un riciclaggio globale, materiale e concettuale, di ciò che trova e osserva, come il bricoleur levistraussiano, come una strega, come un cacciatore-raccoglitore in un contesto metropolitano, trasforma se stessa, il suo corpo e la funzione espressivo-simbolica del corpo stesso, deviando le norme del controllo fisico-sociale del potere, in un gesto di opposizione sociale.

[1]Magli I., Gli uomini della penitenza, Franco Muzzio, Padova 1995, P.86

[2]Magli I. Op. cit

[3]Douglas M., I simboli naturali, Einaudi, Torino, 1978 p. 108

[4]Mead M., Maschio e Femmina, Mondadori, Milano 1985, 212

[5]Magli I., Op. Cit. p. 10

 

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