Etiopia: la carestia del 1984 e il Live Aid

A partire dal 1984, le azioni di resettlement del dittatore comunista Menghistu Haile Mariam dall’essere una componente marginale della politica agraria del regime, divennero una priorità nazionale. Le regioni settentrionali dell’Etiopia erano soggette da anni a ricorrenti siccità e carestie. Particolarmente cruenta fu quella del 1984. L’incapacità del sistema agricolo a sostenere l’alto tasso di crescita della popolazione in quest’area del Paese e, in contrasto, la fertilità di terre ancora incolte delle zone scarsamente popolate del sud, incoraggiarono le campagne di reinsediamento. Un ulteriore problema era rappresentato da una diffusa carenza di cibo, soprattutto ad Addis Abeba e nelle aree colpite dalla siccità. La carestia del 1984-85 minò le fondamenta dello Stato e l’emergenza fu superata solo grazie al massiccio aiuto internazionale. Uno degli obiettivi della rivoluzione –  quello di non ripetere il dramma della fame di massa che caratterizzò gli ultimi anni del governo imperiale nel 1974 – fu penosamente smentito dai fatti. Fra l’ottobre del 1983 e il 1985 morirono un milione di persone (Pankhurst 1997:541). Una tragedia ma anche uno scandalo, perché il regime fu accusato di aver tardato a denunciare le reali proporzioni del disastro per non rovinare le feste del decimo anniversario della rivoluzione ordinando alla polizia di fermare, alle porte di Addis Abeba, le masse di persone allo sbando in cerca di cibo (Gill 2010:262). 


Red Terror museum

Dessalegn Ramato sostiene che quella del 1984-85 «può essere considerata la peggiore tragedia che l’Etiopia rurale abbia mai sperimentato» (1991: 13). Le cifre finali parleranno di un milione e duecentomila morti; quattrocentomila rifugiati all’estero; due milioni e mezzo di profughi interni e quasi duecentomila orfani. Anche se, come scrive Wolde Giorgis «il più grande delitto della carestia fu psicologico: nessuno dei sopravvissuti è mai più tornato lo stesso. La carestia ha lasciato la popolazione nel terrore davanti all’incertezza della natura e alla spietatezza dei governanti» (1989:123). Questa massa di disagiati mentali affolla oggi le strade di Addis Abeba. 

In Europa quella carestia è ricordata per il Live Aidcui si unirono gli USA con Michael Jackson e Lionel Richie (We Are the Wordl, USA for Africa). Vecchie e nuove glorie del firmamento musicale dell’epoca si erano mobilitate rispondendo all’appello dell’allora semisconosciuto Bob Geldof dei Boomtown Ratse di Midge Ure degli Ultravox. George Michael, Duran Duran, Elton John, Queen, Paul McCartney, Michael Jackson, Bob Dylan, David Bowie, Black Sabbath, Led Zeppelin, Who, Mick Jagger, Stevie Wonder, Sting, U2 e tantissimi altri, il 13 luglio del 1985, iniziarono una maratona musicale suddivisa in vari concerti tra Londra, Filadelfia, Sidney e Mosca per raccogliere fondi da destinare all’Etiopia e cercare di limitare il numero impressionante delle vittime della carestia.  Il Live Aid, uno dei più grandi eventi televisivi della storia, incollò ai teleschermi più di due miliardi e mezzo di persone.

La carestia del 1984 segnò una sorta di nemesi storica per il regime dato il contrasto stridente tra le immagini delle parate giubilanti e le colonne di rifugiati in un’atmosfera apocalittica. 

Il regime approfittò della carestia per completare la riforma agraria e sedare la rivolta. «Ufficialmente l’erosione delle campagne in quello che era stato il cuore dell’Abissinia storica, rendeva necessaria una dislocazione in massa della popolazione dall’altipiano verso nuovi insediamenti nelle terre basse sud-occidentali. Ma il regime colse l’occasione per promuovere una trasformazione agraria in senso socialista con la villaggizzazione, la meccanizzazione, la cooperativizzazione e per reprimere con più forza i secessionisti e i ribelli in Eritrea e Tigray. L’operazione fu condotta in fretta, con molti errori e moltissima violenza. La collettivizzazione delle terre da una parte e l’emigrazione forzata dall’altra, segnarono a fondo il panorama umano e politico dell’Etiopia. Il resettlementnon toccò l’Eritrea e sfiorò appena il Tigray, mentre circa il 70% dei contadini spostati venivano dal Wollo, ma il regime attaccò militarmente le regioni dove non c’era la carestia (bombardando i mercati e i mezzi di trasporto) e manipolò gli aiuti internazionali dirottandoli dai civili ai soldati ed escludendo l’Eritrea e il Tigray» (Calchi Novati 2011:113). Secondo Alula Pankhurst fu l’operazione più complessa e ambiziosa nella storia dello stato Etiopico (Pankhurst 1992:54). 

Nel giro di pochi anni la situazione interna collassò completamente e, guidata dai guerriglieri tigrini che poi daranno vita all’Eprdf e da quelli eritrei, la resistenza obbligò Menghistu a rifugiarsi nello Zimbawe del dittatore Robert Mugabe. Secondo le ricostruzioni di Paul Henze, prima di fuggire, il dittatore comunista, riuscì a trasferire vari milioni di dollari dalle casse dello stato etiopico per garantirsi così l’appoggio di Mugabe (2007: 54). 

La copertina del secondo volume di Henze riproduce un disegno popolare del dittatore comunista che nottetempo scappa con un sacco da cui fuoriescono dollari, ripercorrendo così la strada del disonore che aveva già battuto l’imperatore Hailé Selassié con il suo tesoro sotto il tappeto. Processato in contumacia per genocidio, Menghistù è stato condannato a morte nel 2007. 

Menghistu in una rappresentazione dell’opposizione al regime

«può essere considerata la peggiore tragedia che l’Etiopia rurale abbia mai sperimentato»

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