La piazza fredda: Italia first

“Ma quale Papa è ‘a manifestazione!”

“E de chi?”

“Boh, de Sarvini”. 

La scenetta tra marito e moglie avviene in Via Ripetta. Gli echi della piazza sono già forti. L’accesso però è facile: niente transenne, niente varchi, nessun controllo come un paio di mesi fa a quella della PD. La piazza è piena, poco da dire.

Dal palco don Matteo (si appella sempre al “buon Dio”…) sta facendo un discorso esaltante (per i suoi): “Voi siete l’avanguardia”, dice.

“Chi sbaglia paga… questa piazza non ha tempo da perdere in odio, la vita è troppo breve per l’odio…”

Le parole d’ordine del discorso del Capo sono ordine, disciplina e rispetto. “Rispetto, ecco cosa ci vuole”, ripete un signore veneto alle mie spalle. 

“Intanto abbiamo strappato piazza del Popolo ai comunisti”. E’ una signora romana che parla. Mentre Salvini cita San Giovanni Paolo II, “che per qualche giornalista oggi sarebbe un sovversivo, un pericoloso populista”.

“Pensate ai gilet gialli sono qui per difendere l’ordine pubblico e a Parigi protestano. La violenza non è giustificabile, ma chi semina povertà raccoglie protesta, chi semina false speranze, raccoglie la reazione delle periferie, delle campagne. E noi vogliamo ricostruirlo questo tessuto sociale, ma se nel tuo trattato costitutivo parli di piena occupazione e poi mi dici che tu Salvini non puoi toccare la legge Fornero, non puoi restituire il diritto al lavoro a milioni di persone, noi che siamo persone di buonsenso e siamo qui per lavorare, ascoltiamo tutti, ma abbiamo il dovere di restituire orgoglio, sicurezza, lavoro a milioni di italiani, io dico: noi indietro non torniamo”

Partono i cori: Matteo, Matteo, Matteo.  

“L’Italia torni a essere la prima in Europa: noi non siamo secondi a nessuno”.

Salvini
piazza del Popolo

Mi volto per una pacca sulla spalla. E’ un compagno del liceo che non vedo da qualche anno: “Ma tu nun eri comunista?” dice ghignando. “T’o sei preso ‘r Maalox prima de’ venì?” Sorrido e annuisco. “Nun se dovemo più nasconde’ Fede: tu ‘o sai da quando aspetto sto momento, no?”

Certo che lo so.

Una volta al liceo l’avevo accompagnato ad un comizio di Almirante proprio qui a piazza del Popolo e mi ero sentito male. Avrò avuto sedici anni, sarò stata la metà degli anni 80, non avevo mai visto tanti fascisti tutti insieme. 

comizio di Almirante a piazza del Popolo

“Ancora co’ sta storia del fascismo? Ma sei proprio fissato!”, mi dice prima di perdersi tra la folla. 

No, io non sono fissato. A Roma il MSI è sempre stato fortissimo, andavo a scuola a Colle Oppio io. 

Eppure, nonostante la massa, le bandiere e i canti, nonostante le parole d’ordine di Salvini, c’è qualcosa che non mi torna. La piazza è fredda. Sarà l’epoca delle passioni tristi, non so. Vedo le facce sorridente della gente, vedo il movimento, ma non lo sento.

“No al mercato di consumatori, l‘Europa torni a essere la culla di civiltà“, scandisce il Capitano dal palco con una cadenza lenta e pacata. Dev’essere perché vuole comunicare anche lui di possedere una forza tranquilla? Tutti figli di Seguelà.

“Il buon Dio ci ha fatto diversi: lì c’è il gruppo della Sardegna, lì del Veneto…”

Salvini

Poi parte il discorso del sugo: il ministro è al servizio degli italiani, è pagata da loro e lui vuole rendere conto di cosa fa, di cosa mangia, di cosa pensa. “Avete il diritto di sapere e io ho il dovere di dirlo, non tutto, ma tanto”. Applausi. 

Adesso è la volta dell’Africa e dei veri razzisti che sono i mafiosi e i furbi che gestivano i centri di accoglienza fino a ora: ” Ma adesso cambia tutto. Non più 35 euro al giorno qui, ma 6 euro al giorno, lì, a casa loro, in Ghana! Dicono che faccio morire la gente in mare, dicono che siamo razzisti, ma i veri razzisti, se mai ce ne sono, sono quelli interessati all’immigrazione incontrollata, alla sostituzione degli italiani, degli europei. I razzisti sono quelli che vogliono svuotare l’Africa e trattarla come una riserva indiana. L’Africa non si aspetta concertoni, ma rispetto. Quest’anno abbiamo impedito 100.000 sbarchi di gente che non fuggiva dalla guerra, ma che ci porta la guerra in casa come a San Lorenzo dove si ritrova a spacciare morte. Non è quesa l’integrazione che abbiamo in testa”. 

Poi è la volta delle Forze dell’Ordine, “miei fratelli e sorelle che più che un lavoro portano avanti una missione, io sto con loro sempre e comunque. Parlo di chi indossa una divisa. Nel decreto sicurezza si entra nella vita reale, dove non possono esserci migliaia di abusivi che fanno concorrenza ai commercianti onesti che pagano le tasse, nella vita reale non esistono i parcheggiatori abusivi che se non gli dai 5 euro ti rigano la macchina, nella vita reale quando vai a fare la spesa non ti rompono le palle per il carrello, quando vai in ospedale e hai già uno stato d’animo particolare devi uscirne tranquillo, nella vita reale una ragazza in minigonna ha il diritto di prendere la metropolitana tranquilla, perché la donna va rispettata e non esiste nessuna cultura che possa mettere in discussione la nostra civiltà”. 

Ora è il momento Giovanni XXIII: “Quando tornate a casa, portate con voi la gioia di questa piazza, portatela con voi nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università. Perché abbiamo iniziato una lunga marcia che niente e nessuno la potrà arrestare”. Il capitano abusa del ritmo ternario.

La folla composta non si muove. La gente in piazza sembra finta, immobile. Sì, sventolano le bandiere, sì applaudono, ma sembrano congelati. O forse sono io che non sento più nulla. Questa piazza non mi trasmette emozioni, non mi fa paura, non ci sono vibrazioni.

“Je l’avemo buttato ar culo” A chi? Al solito, ai comunisti. E’ un gruppo di tifosi romanisti che parla. Il clima da stadio è solo in quell’angolo, per il resto la piazza è fredda.

“Dobbiamo crederci”, dice il Capitano.

“Voi avrete in noi dei difensori (passaggio Marvel, doveroso omaggio a Stan Lee) e di non so cos’altro perché la mia attenzione è stata rapita dalla bandiera della Roma che sventola tra quella venete con il leone di san Marco e quella della Lega Nord. 

La chiusura è lunghissima. Il comizio sembra non finire mai. “Dobbiamo chiudere perché qui tra un po’ ci sarà il Papa: ubi major…”, dice il Ministro. 

“Portate a casa questo messaggio: uniti si vince“.

Che avrà voluto dire? 

Mah… Mentre la Francia brucia, l’Italia ha trovato il suo Poujade. Le due piazze non sono così dissimili. “Finalmente qualcuno che parla degli interessi degli italiani”, mi dice in coro gruppo di ragazzi napoletani. 

“Grazie fratelli dal profondo del cuore”, conclude Salvini. 

“Ha parlato bene assai” dice una coppia di bresciani lasciando la piazza.

fazzoletti verdi

Parte la musica finale, una roba tipo trono di spade. Chiedo a una famigliola con il fazzoletto verde che musica sia. La ragazza fa partire Shazam, la madre mi dice che dovrebbe essere “una musica di Pavarotti”. 

Stand di gadget, panini, libri

 

Poi parte Nessun dorma, all’alba vincerò.  

E poi Bocelli: con te partirò su navi e per mari che io non so…

“‘L’isola che non c’è” di Bennato è l’unica emozione che provo in questa piazza oggi. La cantano tutti con l’obelisco ormai alle spalle, già a via del Corso. E mi ricordo che Bennato è recentemente passato con loro. Almeno mi sembra. 

Sono ormai a via Ripetta quando parte “Il cielo è sempre più blu”.

manifesto in memoria di Pino Rauti in via Ripetta

Se so presi pure Rino Gaetano.

La battuta sarebbe facile. In realtà, oltre ai simboli (la piazza, le canzoni, Martin Luther King), hanno preso l’agibilità politica e la rabbia delle periferie. E l’hanno circondata di altri simboli: crocefissi, presepi, Tradizione. E anche se non è fascismo (e io continuo a pensare che non lo sia), è preoccupante. 

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