Pelle di pietra. Le forme dell’abitare tra i senza tetto

Giaglio ponte garibaldi
Ha costruito una specie di rifugio con i sassi avanzati dal rifacimento della strada che collega Siddis kilo con il Monte Entoto. Le spaccapietre hanno lavorato per tutta la stagione secca sotto il sole inclemente dell’altopiano, coperte da fazzoletti di garza e da cappelli di paglia a falde larghe e tese altissime. Hanno lasciato sassi di ogni dimensione ai bordi della strada nuova. Lei è sbucata fuori da chissà dove come un paguro alla ricerca disperata di una conchiglia abbandonata prima della stagione delle piogge, ma non ha trovato nulla. Era prevedibile. Ad Addis Abeba non avanza niente, ad Addis tutto si trasforma e non esiste rifiuto che non possa essere riutilizzato. Lei annusa il cielo, sa che il monsone di sud ovest arriverà presto. La Pasqua bassa lo annuncia con la stagione delle piccole piogge dai goccioloni enormi e caldi. Si è guardata intorno ancora una volta, prima di abbandonare anche quel posto e rimettersi alla ricerca di un rifugio. È stato in quel momento che ha visto le pietre lungo il ciglio della strada. È rimasta lì una notte. La temperatura non è mai scesa sotto i dieci gradi, non è stato freddo. Il giorno dopo ha disposto in circolo le pietre più grandi, poi quelle medie, quindi quelle più piccole, via via fino a costruire intorno a sé un nuraghe personale da cui spunta appena la testa.

Ora se ne sta lì tutto il giorno con la sigaretta di paglia incollata alla bocca dentro la sua seconda pelle di pietra. Quando piove lei appoggia una cerata sopra la testa lasciando appena uno spiraglio per far uscire il fumo del tegame sul fuoco in cui cucina radici e scarti di cibo recuperati in strada.

Non sono mai riuscito a fotografarla, pelle di pietra. Pur passando davanti al suo guscio più volte al giorno, ho sempre rimandato il momento dello scatto e così un giorno, dopo la stagione delle piogge, le operaie sono andate a prendere quelle pietre smontandole la dimora precaria. Ero lì quel giorno. Ho assistito in silenzio, con la macchina fotografica in mano senza riuscire a rubare nemmeno uno scatto. Sarebbe stato tradire l’intimità di una persona a cui stanno togliendo prima i vestiti e poi la pelle. Un tempo non avevo di questi problemi, un tempo pensavo: peggio di così cosa può succedere?

Una delle cose che caratterizza i senza tetto è la vita esibita, l’assenza di privacy, l’essere costretti a vivere sempre sotto lo sguardo degli altri paradossalmente allenato all’indifferenza.

Senza tutto

L’universo dei senza tetto è composito e variegato, ad Addis Abeba così come nelle altre città del mondo. Ci sono quelli come pelle di pietra che conservano elementi essenziali di intraprendenza riorganizzando la vita in strada su una cultura materiale essenziale in grado di soddisfare le funzioni primarie.giaciglio 2

Ci sono poi i senza-tutto Non hanno sandali, non hanno camicia né pantaloni né mutande. Girano nudi, con uno straccio sulla testa che li ripari dal sole feroce che gli cuoce il cervello. Ad Addis ho visto solo maschi che possono girare così (si fa per dire visto che la strada resta una prigione senza sbarre). Il corpo filiforme, le gambe spesso piagate da croste, il pene pendulo, il torso e la testa coperti. Ricordano i cinici, ma non sono filosofi. Le donne nelle stesse condizioni, si coprono di stracci e immondizia. Ce n’era una a Shola letteralmente sommersa da immondizia. Ogni tanto si intravedevano parti del suo corpo tra i rifiuti: la sclera crepata di rosso di un occhio, un ciuffo di capelli, i seni.

A Roma la nudità completa è molto meno tollerata. Però anche qui c’è chi costruisce intorno al proprio corpo il fortino minimo per ripararsi dal freddo, dal vento, dagli sguardi insidiosi. Come il caso di questo tipo che, sotto Ponte Garibaldi, ha accumulato i sampietrini e blocchi di cemento per tirare su alla meglio un rifugio precario il 25 dicembre del 2018.

 

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