R., il superstite dell’Enterprise: un quarto di secolo di strada

Marco T 1994
Marco T. 1994

Ho rivisto R., è conciato meglio dell’ultima volta. Dorme davanti al Cinema abbandonato insieme a un altro che non conosco. R. era uno dei 3 dell’Enterprise.

Nei giorni felici di strada, nei giorni in cui Marco T. non aveva la febbre, in quel lontano 1993, la Renault 5 verde pisello abbandonata davanti al San Gallicano, era l’Enterprise. Così la chiamavano, giocando, Marco, Evio e appunto R. Era l’astronave di Star Trek, con Marco che ripeteva: “Bip, comandante Kirk da Enterprise, bip. Cervello elettronico centrale in avaria bip, inserire secondo computer di bordo, date a computer velocità di bordo bip, portellone posteriore aperto, perdita d’ossigeno bip! Passo e chiudo”.

Mi ricordo una mattina fredda di ottobre. Dall’Enterprise escono quattro uomini rattrappiti dopo una notte movimentata. Marco è stato il primo ad andare a dormire. Dopo un po’ è arrivato Evio ubriaco perso. Poi è stata la volta di Giulio. Verso le quattro del mattino s’è infilato pure R. I corpi si sono accartocciati alla meno peggio. Qualcuno ha messo i piedi sulla faccia di qualcun altro, ne è nata la solita discussione che tanto esaurisce Marco. Poi i corpi hanno preso un nuovo assetto e il sonno è nuovamente calato, pesante, dentro l’utilitaria. “Poi R. ha vomitato” racconta Marco “per cui questa mattina il fetore interno è insopportabile”. Marco ha la febbre alta, il piede trasuda pus, e non può nemmeno mettersi dentro la macchina. Tiene gli sportelli aperti: “per arieggiare i locali prima di soggiornare”, riesce ancora a scherzare. Annusa l’aria avvolto in una coperta patch workcoloratissima e lercia. “Evio è andato a prendere della candeggina”, dice: “una puzza cancella l’altra. È come per il dolore: uno più grande attutisce uno più piccolo”. R. si contorce sul cofano, sta a rota. Non ha soldi e non può farsi. Prima pagare poi viaggiare. Ha un colorito verdastro. “E’ la bile”, dice. Va alla fontanella e si sciacqua il viso per cancellare il sudore freddo. Dal bar di Sandro esce un cameriere che gli porta un caffè-latte caldo dentro un bicchiere di plastica. Qualcuno gliel’ha lasciato pagato. R. ringrazia. Tira su il cappuccio della felpa e beve il suo caffè-latte senza entrare nel bar. Questo è il patto tacito. Solo Evio, che è appena tornato trionfante dalla missione candeggina, ha voglia di parlare. Per lui la vita è un gioco. È un ottimista. E poi la strada è una scelta, ripete sempre.

Ho lavorato con Evio durante i mesi della ricerca e anche oltre con la telecamera, il registratore e la macchina fotografica seguendolo ovunque nei suoi spettacoli per strada e dentro le auto abbandonate da lui elette a domicilio. Evio era un attore di strada, ma soprattutto un grande provocatore. Per alcuni anni, d’estate, si è travestito da imperatore dell’antica Roma ed è andato in giro per la città. Una volta, sull’autobus, sia passato un controllore e Evio ha risposto: “Vi risulta che gli imperatori paghino il biglietto?”.

Marco e Evio avevano ideato “l’università dei barboni: l’arte della sopravvivenza per strada”. Poi Marco è morto e Evio l’ha realizzata da solo, a modo suo. Io ho filmato per tutto il giorno quell’incredibile vicenda che ha visto coinvolte televisioni e giornali di mezzo mondo. C’erano perfino i giapponesi: “il tutto con duecento micragnose lire di telefonata all’Ansa”, commentò soddisfatto Evio, un abile comunicatore. Qualche tempo dopo si autoproclamò sindaco dei barboni, voleva competere contro Rutelli e contro Fini.

Ricordo un altro giorno. Io e Marco stavamo in un bar che non c’è più. La radio trasmetteva Moonlight shadow. Marco disse con espressione sognante rivolto alla telecamera: “Ci restano solo le canzoni e, naturalmente, il punch al mandarino!”. Poi si fermò, fece una pausa e una luce sinistra brillò per un attimo negli occhi: “perché non mi chiedi cosa faccio stanotte?”

“Lo sai cosa farai?” gli domando.

“Non lo so…”.

“Allora perché non vai da Mariella?”.

“Oh Gesù! Le persone che vogliono qualcosa in cambio di qualcos’altro invitano alla prostituzione. E io non sono un prostituto!” rispose Marco.

Mariella era un’alcolizzata con una casa di proprietà che lo aveva ospitato in cambio di sesso e quando lui aveva smesso di soddisfarla lei lo aveva cacciato di casa.

“E non puoi diventarlo?”, chiesi.

“Potrei, volendo. Così come un essere umano potrebbe diventare qualsiasi cosa. Ma se lo facessi non sarei più un individuo. Sarei un’essenza, un’entità astratta: magari si potesse diventare a comando ciò che desideri, al momento opportuno! Sì, forse sarebbe una salvezza, indubbiamente…”.

“C’è anche la macchina, l’Enterprise, con Evio e R., per questa notte, non è pensabile?” chiesi.

Marco fissò l’obiettivo come se fosse tornato sulla terra: “E’ una macchina abbandonata, non si può neanche mettere in moto perché non c’è benzina quindi non puoi accendere il riscaldamento. E poi macchina è lamiera e lamiera non va d’accordo con il mese di gennaio”.

Successero tante cose poi.

L’estate successiva alle sette di mattina di un giorno non lavorativo, quando stavo ancora dormendo, ricevetti una telefonata. Era Pino, l’amico comune volontario della S. Egidio. Mi comunicava che Marco era morto la sera precedente a causa di una complicazione renale. Proprio così disse: “complicazione renale”. Un senso di stordimento, una nausea mista a confusione s’impossessò di me. Però era esattamente come l’aspettavo: una telefonata inattesa ma prevista in un giorno qualsiasi, così, come se gli anni passati da Marco a combattere per la strada la cirrosi epatica, la cancrena al piede e l’astenia non fossero stati sufficienti come preavviso.

Ripenso a tutto questo e a tanto altro ogni volta che incontro R. per strada. Mi chiedo se Marco oggi, agli sgoccioli del 2018, sarebbe come lui. A volte mi piacerebbe chiedere a R. se ricorda quei giorni, fargli vedere i miei video dell’epoca in cui ci sono lui, Evio e Marco sull’Enterprise. Poi ci ripenso: non so se riuscirei oggi a sostenere il racconto dei suoi 25 anni di strada. Marco diceva che un anno di strada equivalgono a 7 vissuti normalmente. R. – che oggi avrà forse 55 anni – ha passato appunto un quarto di secolo sulla strada, quasi metà della sua vita e forse di più.

Però quel suo primo piano molto intenso in cui lui guarda in camera prima di abbassare lo sguardo per poi mettersi a piegare la coperta patch work in un giorno di primavera del 1994, quello in cui i vigili rimossero l’Enterprise, è rimasto impresso nella mia memoria e quando lo incrocio per strada mi capita sempre di sovrapporre automaticamente il ragazzo del ricordo con l’adulto di oggi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: