“Emergenza freddo”, un po’ di storia romana.

In questa fase storica nulla è più efficace del criterio emergenziale per rispondere alle esigenze della comunicazione che scandisce i tempi della politica: dall’assistenza ai terremotati agli sgomberi dei campi rom, dall’intervento dopo una catastrofe naturale all’organizzazione dei funerali del Papa, dall’allestimento di strutture per l’accoglienza temporanea di persone senza casa evacuate da occupazioni abusive all’avvio di progetti per senza tetto durante il periodo invernale, definito ancora oggi «emergenza freddo». Ricordo che 20 anni fa, quando don Luigi di Liegro, lo storico direttore della Caritas diocesana romana, sentiva questa espressione, commentava con lucido sarcasmo che l’inverno arriva ogni anno, a volte più freddo altre meno, ma comunque tutti gli anni. Eppure, per quell’inerzia burocratica italiana che infetta anche le menti più creative quando si dedicano alla politica, gli assessori di turno e media a seguire, hanno continuato a definire stancamente in questo modo i provvedimenti straordinari adottati per il periodo invernale.

Al contrario delle imprevedibili tragedie naturali come i terremoti e le frane – nelle quali spesso contribuisce però la mano della cementificazione forsennata – le questioni sociali hanno un margine di prevedibilità molto ampio. In Italia, a Roma, non c’è un’emergenza abitativa: semplicemente è assente una politica per la casa. Non c’è alcuna emergenza-rom: mancano soluzioni stabili per l’accoglienza di un fenomeno sociale complesso che non sia la segregazione amichevole dei campi. Non esiste un’emergenza prostituzione: manca la volontà politica di fronteggiare senza ipocrisie una questione antica. La vera emergenza è il vuoto della politica. Per queste ragioni mi sono ritrovato a dirigere un ufficio che, avviato per trovare soluzioni articolate alle migliaia di persone senza dimora della Capitale, si è trasformato in un contenitore onnicomprensivo del disagio sociale.

 

L’emergenza freddo: si aprano le metropolitane! Faceva molto freddo a Roma a Natale del 1994. Un prete, don Luigi Di Liegro, il direttore della Caritas diocesana romana che gestiva l’ostello, alzò la voce affinché la nuova amministrazione comunale di centro sinistra si mobilitasse perché alle soglie del nuovo millennio non si continuasse a morire di freddo sulla strada. Su proposta delle associazioni, Rutelli, sindaco da un anno dopo un ballottaggio con un testa a testa epocale contro Gianfranco Fini, fece aprire le stazioni della metropolitana durante le ore notturne. Questa elementare azione fu l’inizio di una nuova epoca che, quattro anni dopo, avrebbe portato all’apertura del primo ufficio comunale per le persone senza fissa dimora. Nessuno po- teva saperlo, ma era il principio di quella che negli anni a venire si sarebbe chiamata emergenza freddo. Una serie di provvedimenti di riduzione del danno approntati dalla pubblica amministrazione per far fronte alle esigenze legate al repentino calo delle temperature, in in- verso, specie nelle ore notturne. Al tempo, don Luigi commentò l’iniziativa con quella deliziosa ruvidezza che lo caratterizzava quando doveva esprimere il suo dissenso: ma quale emergenza, l’inverno arriva ogni anno!

Nel Natale del 1994, sono in molti quelli che si attivano a seguito del monito del sacerdote. La Cisl apre la sua sede chiusa per le va- canze, nascono associazioni di volontariato laiche e spontanee come Appositi Sostegni. Io mi ritrovo per la strada con Marco, il protagonista della mia ricerca sui senza dimora, a cercare di comprendere le dinamiche assistenziali in favore dei senza tetto italiani e le capacità di adattamento a uno degli ambienti più impervi del mondo com’è la metropoli vissuta sulla strada. Alla fine di una giornata gelida, io e Marco siamo alla ricerca di un posto dove lui possa passare la notte perché hanno rimosso la macchina abbandonata nella quale aveva trovato rifugio. Sulla strada i progetti cambiano ogni minuto, sono trop- pe le variabili e nessuna programmazione è mai possibile. Purtroppo, io non posso ospitarlo, così gli offro le trentamila lire necessarie a pagare una stanzetta in uno degli alberghi fetidi intorno alla stazione. Ma lui non accetta. Ha la febbre alta, dice di sentire addosso l’odore della morte e non vuole contaminare nessuno. Durante la nostra erranza passiamo davanti l’ingresso di una stazione della metro aper- ta per l’occorrenza. Non è ancora stata pensata la soluzione di posi- zionare i WC chimici nei pressi – anche per via del costo economico ingente – così i barboni pisciano sulle scale della metro. Il tanfo è irresistibile e i cittadini, il giorno dopo, si lamentano. Marco si accende una sigaretta. Gli occhi liquidi gli brillano per la febbre. Gli chiedo se pensa di fermarsi qui. Mi dice che questo è un rimedio peggiore del male perché puoi andarci a dormire solo dopo mezzanotte e mezza dal momento che l’ultima corsa è alle undici. Alle cinque della mattina dopo ti mandano fuori all’alba, con il gelo e la tramontana che ti spezza le ossa, perché devono fare le pulizie per il servizio di trasporto che riprende alle sei. E per uno che ha dormito poco, mangiato male e bevuto troppo, può essere letale. Ma almeno la collettività sente di avere fatto qualcosa. Non importa cosa, l’importante è fare.

Il cosiddetto bene. La paradossale febbre del fare, nelle politiche sociali, crea l’illusione di fare bene. E così i media parlano di quella determinata iniziativa e il politico – che si rispecchia nella propria fotografia sul giornale come Narciso nella polla d’acqua, sente di aver assolto il proprio compito: abbiamo aperto le stazioni delle metropoli- tana, dichiara orgoglioso. Come per dire che l’imperativo categorico è stato assolto, quello che doveva essere fatto, è stato fatto.

Secondo la mentalità di molti politici nostrani, le persone senza tetto dovrebbero accettare qualsiasi intervento per il semplice fatto che qualcuno, dall’alto, glielo sta offrendo. La loro stessa condizione li renderebbe “vuoti a prendere”, rassegnati cioè a subire, più che a condividere, ogni offerta. La strada li trasforma in sudditi il cui destino è nella magnanimità dell’assessore di turno. Per questa ragione, diceva Marco, c’è una sorta di accanimento sociale attraverso i panini. I volontari ti riempiono di panini, ma è per colmare il proprio vuoto, l’ansia del cosiddetto bene praticato dai cosiddetti buoni. Il volontario spesso non pensa all’individuo verso cui il suo atto è diretto, non ritaglia il suo gesto per quella specifica persona. Si limita a ricalcare un modello di buona condotta e il panino non è altro che il simbolo più facile per dimostrare che si sta facendo qualcosa per quelli che vivono sulla strada, affamati per antonomasia. Sono le distorsioni degli stereotipi positivi. Intendiamoci, il panino è fondamentale, sia per agganciare una persona sconosciuta, sia per sfamarla. Qui parlo dell’ansia di rispecchiarsi nel proprio gesto atletico di donare. Sono in tanti quelli che ritengono che i senza tetto siano afflitti dalla sindrome di Pulcinella, ammalato di fame atavica. E invece a Roma di fame non si muore. L’esperienza insegna che le persone di strada, come tutti, hanno bisogno di essere pensate come individui, non in quanto categoria.

Cronistoria del primo modello: 1997-2001. A metà degli anni Novanta sono meno di trecento i posti letto convenzionati con la pubblica amministrazione che la Capitale offre alle persone senza tetto. La spesa complessiva per le mense sociali che erogano circa mille e cinquecento pasti al giorno e i duecento ottanta posti letto, ammonta a cinque miliardi e mezzo di vecchie lire. I vigili urbani stimano che ci siano circa seimila persone senza dimora: duemila sulla strada, duemila in alloggi di fortuna, altrettante nelle strutture di accoglienza per la maggior parte gestite da istituti religiosi. Dunque duecentottonata letti per circa seimila persone.

Nel 1997, con il secondo mandato di Rutelli, l’assessorato alle politiche sociali viene diviso in due. Uno degli assessori realizza la riforma dei servizi sociali territoriali con l’importante Delibera 154/97. È uno strumento all’avanguardia. Il nuovo assessore riceve la delega specifica per le persone senza fissa dimora. È un passo importante perché, per la prima volta, Roma riconosce a livello politico e amministrativo l’esistenza del fenomeno e decide di investire risorse finanziarie e un apposito ufficio. Elaboriamo una memoria di Giunta molto sol dell’avvenir fin dal titolo: “Uscire dalla logica dell’emergenza per garantire il diritto di cittadinanza”, che ottiene un finanziamento straordinario di due miliardi e mezzo di vecchie lire per la realizzazione del primo piano di intervento integrato in favore delle persone senza dimora. Nel documento descriviamo un complesso progetto che ha come obiettivo la presa in carico della persona di strada (il cosiddetto caso sociale). Secondo lo schema iniziale, la persona poteva entrare nel circuito di assistenza attraverso un centro diurno (in due anni ne aprimmo dodici), oppure dalla strada attraverso il lavoro delle prime tre unità mobili dedicate alle persone senza dimora (ne avviammo cinque). Anziché integrarsi e collaborare tra loro, lo Spis e il servizio di unità mobili SFD entrarono in conflitto di competenza con conseguenze disastrose sulla qualità resa, a causa delle tipiche dinamiche di gestione del micro potere interno alle ammi- nistrazioni pubbliche e di una mentalità non manageriale di parte della sua dirigenza, supportata in modo ottuso, nella pars destruens, dai politici. Lo Spis aveva un suo data-base e il servizio di unità mobili un altro che non comunicavano tra loro. La mano destra non sapeva quello che faceva la sinistra.

L’accoglienza notturna era suddivisa in tre livelli: bassa soglia, se- condo livello, case famiglia. Il primo livello si caratterizzava per l’accoglienza di grandi numeri di persone. Allora si pensava che non fos- se possibile la presa in carico, il progetto individuale in un contesto simile. Per cui i centri di pronta accoglienza erano considerati servizi di riduzione del danno e di soddisfazione delle necessità primarie: dormire, mangiare, lavarsi. Del primo livello facevano parte l’Ostello della Caritas, che ospitava più di centocinquanta persone, e l’Esercito della Salvezza per la parte convenzionata con l’amministrazione comunale per la pronta accoglienza.

Il secondo livello era composto da centri di accoglienza notturna e diurna. Erano servizi innovativi e creativi per la città di allora. La creatività, come spesso accade, era dovuta alla necessità economica, cioè alla carenza di fondi, per cui decidemmo di aprire una tipologia di centro sperimentale che fosse sia notturno sia diurno, a ciclo conti- nuo, sulle 24 ore. Il notturno ospitava un massimo di quindici persone, il diurno quaranta. Gli ospiti del notturno – che potevano accedere solo attraverso il primo livello – erano selezionati dagli stessi operatori del centro di accoglienza perché l’ufficio comunale non disponeva di personale qualificato per la gestione dei casi. Gli utenti potevano usu- fruire del servizio per tutto il giorno. Nel diurno, oltre ai classici servizi di doccia e cambio abito, era possibile elaborare il proprio curriculum vitae con operatori qualificati. Inoltre era prevista la possibilità di de- posito bagagli, che in un primo periodo funzionò discretamente. Le case famiglia del terzo livello consentivano al massimo l’accoglienza di otto persone per ogni singola struttura e ci si poteva restare per sei mesi rinnovabili. L’accoglienza era accordata attraverso un meccani- smo di promozione, infatti i futuri utenti delle case famiglia dovevano essere già stati ospitati nel secondo livello notturno. Ogni casa fami- glia costava in media cento centosessanta milioni di lire l’anno.

Nel 2000 i centri di primo livello erano i due storici perché non ne aprimmo di nuovi, quelli di secondo erano arrivati a dodici e le case famiglia a dieci per un totale di circa cinquecento posti letto per notte, sempre per seimila senza dimora.

Uno dei centri di accoglienza più originali tra quelli avviati in quegli anni, era caratterizzato dal fatto di ospitare un numero importante di persone senza fissa dimora omosessuali, transessuali e transgender. Anche tra gli operatori c’erano dei trans. Questa specificità fu motivo di tensioni con altri ospiti. Quel centro ha avuto il merito di consentire a persone marginali di trovare un rifugio aperto e disponi- bile. C’era tanta gente originaria del sud Italia, della Puglia, della Calabria, della Sicilia, che raccontava di essere scappata dal proprio paese di origine a causa dell’insostenibile pressione sociale che era costretta a subire. Quelli che non avevano trovato ospitalità da amici e conoscenti, dopo aver finito i pochi risparmi, si ritrovavano a condi- videre gli spazi immensi e ridottissimi della strada con gli altri margi- nali di Roma. L’apertura di quel centro, così come di altri in quel periodo, rappresentò la possibilità concreta per molta gente di trovare un rifugio. La voce si sparse velocemente e il centro si saturò presto.

Nell’inverno 1999-2000 morirono otto persone sulla strada a distanza molto ravvicinata l’una dall’altra. L’allora presidente del consiglio D’Alema attivò un fondo straordinario destinato alle grandi città. A Roma arrivò 1 miliardo come a Milano, a Trieste, che contava poche decine di senza dimora, seicento milioni. Visti i tempi ristrettissimi per avviare i servizi e dato che era ancora inverno, oltre all’apertura delle solite stazioni della metropolitana, l’ufficio preposto assegnò il servizio in forma diretta alla cooperativa di Buzzi e fece attrezzare con brandine da campo e stufe elettriche cinque sottopassaggi pedonali. I sottopassi, sorvegliati da operatori sociali, accolsero una media di duecento persone a notte. Il costo complessivo sfiorò il miliardo di vecchie lire (500 mila euro attuali) per meno di quattro mesi di attività. I sottopassaggi attrezzati sono diventati l’emblema della scarsa attenzione politica per le persone senza dimora. Le critiche più corrette e meno faziose furono quelle che accusarono i politici di elaborare soluzioni residuali per i marginali, appunto come i sottopassi. Detto questo, nel progetto dei sottopassi c’era anche l’idea sperimentale di attrezzare, utilizzare e gestire dei luoghi altri- menti abbandonati alla legge del più forte. I sottopassi erano, e sono tornati a essere, colonie di senza tetto tossicodipendenti.

 

Il gioco dell’oca del modello razionalista 1997-2001. L’obiettivo politico alla base del modello fin qui descritto era di avviare un intervento fondato sui diritti di cittadinanza per superare culturalmente quello religioso, in particolare cattolico, basato, come si diceva allora, sulla carità cristiana. Il rigido modello a gradini “promozionali” era viziato da un pregiudizio illuminista che sulla carta funzionava, ma nella realtà meno. Il senza dimora immaginato era un idealtipo di uomo volterriano che, dalla strada, decideva di accedere al primo livello, attraverso il quale si disintossicava, se aveva problemi di dipendenze, e poi scalava le vette della salvezza passando dal secondo fino al terzo livello, la casa famiglia, per poi rientrare nella società attraverso un lavoro, un curriculum rinnovato e un nuovo status. Nei tre anni di vita del circuito ci furono certo anche dei successi, comunque ben inferiori a quelli enunciati in modo trionfalistico dai comunicati stampa degli amministratori dell’epoca. Molto più prosaicamente accadde come nel gioco dell’oca. Gli uomini di strada, violentati e laceri, ripartivano dalla polvere per accedere al primo livello dopo aver compiuto l’intero giro dei centri di accoglienza pubblica e dei servizi del cosiddetto circuito umanitario, quello delle parrocchie e delle suore. È il sistema che i sociologi definiscono delle “porte girevoli”, quell’entrare e uscire dall’assistenza che caratterizza anche i servizi per i marginali.

Per coordinare i diversi servizi, gli accessi e le uscite dai centri di accoglienza, fu creato un centralino sociale gestito da organismi del terzo settore e ubicato presso un presidio ospedaliero nel centro storico della città. L’idea era di controllare e gestire il sistema a livello centrale. Invece emerse la grande difficoltà di integrare il servizio pubblico con il terzo settore che, proprio in quegli anni, mostrava di essere entrato in una forte crisi di identità che ancora oggi lo condi- ziona e lo caratterizza. Il terzo settore era, ed è, ridotto a svolgere sempre più la parte di ente gestore senza avere la forza politica e ideale per la co-progettazione, come prevede l’articolo 1 comma 5 della legge 328/001. La pubblica amministrazione, cioè l’ente appaltante del servizio, si comportava e si comporta come se la cooperazione sociale fosse un mero esecutore materiale a essa subordinato. Anzi- ché cercare un codice comune per il confronto tra le parti, i politici avallano questa impostazione. E la cooperazione sociale soggiace al diktat, spesso nel timore di perdere le preziose commesse. Nel mezzo di questa indeterminatezza di ruoli, di conflittualità e di gerarchie, si ritrovano i servizi pagati con i fondi pubblici, e quindi gli utenti e gli operatori dei servizi in carne e ossa.

Anche dopo l’approvazione della legge quadro 328/00, la politica locale ha evitato di sciogliere questi nodi e di riformare l’intero sistema. L’indeterminatezza è funzionale a quelle (poche) cooperative che puntano all’arricchimento personale, ai (pochi) funzionari pubblici di- sonesti, ai (pochi) politici indolenti o a quelli che ricavano voti di scambio e finanziamenti occulti. È un sistema opaco che incentiva comporta- menti illeciti e il singolo disposto ad assumersi la responsabilità indivi- duale di atti illegali, si trova sempre. Un sistema avviluppato in una spirale perversa, un feedback positivo destinato all’immiserimento del servizio: l’appalto va alla cooperativa amica del politico cui garantisce voti e prebende. Per ottenere quel surplus finanziario, il progetto è sopravalutato oppure realizzato in modo deficitario. All’associazione amica non si chiederà di realizzare il progetto nella sua complessità; essa beneficerà di un occhio di riguardo e comunque un potenziale ricattatorio. Il servizio si andrà deteriorando, il personale si disamorerà, gli utenti si lamenteranno, i cittadini sprecheranno i loro soldi e avran- no gioco facile i demagoghi avversi allo stato sociale nel dire che i fondi sono sprecati per i profittatori del sistema.

Meno di un anno dopo si tornò alle elezioni perché il sindaco Rutelli decise di candidarsi alle politiche nazionali contro Berlusconi.

Il modello misto 2001-2008. L’esito delle elezioni politiche è noto: vinse Berlusconi. A Roma, le amministrative furono invece vinte da Veltroni, portato al ballottaggio da Tajani. L’ex segretario dei DS e futuro leader del Partito Democratico amministrò la Capitale da giugno 2001 a marzo 2008. Il nuovo corso cambiò anche la linea delle politiche sociali, comprese quelle di contrasto della povertà urbana estrema. A luglio del 2001 io tornai a fare il consulente del dipartimento per le politiche sociali del comune di Roma con l’obiettivo di ridisegnare il nuovo modello di intervento in favore della gente di strada. I numeri li conosciamo: cinquecento posti letto per seimila senza dimora. Considerata la tendenza in crescita del fenomeno e data la diversificazione delle tipologie interessate, il nuovo referente politico indirizzò la sua azione, almeno all’inizio, verso un aumento della capacità ricettiva di quanti vivevano sulla strada. Data la presenza in strada di un numero crescente di madri con figli minori, nei primi mesi di attività, avviammo un circuito a loro dedicato di servizi per l’accoglienza. Da quando fu avviato il servizio, nel gennaio del 2002 fino ad aprile 2008, furono accolte complessivamente millecinquecento per- sone tra donne e bambini. Nel 2005, suo momento di massima espansione, il circuito dedicato alle madri sole con minori poteva contare su cinque strutture per una capacità ricettiva di 500 posti. Dietro questi freddi numeri ci sono altrettante storie, fatti personali ed episodi raccolti e raccontati dagli operatori e dalle educatrici che hanno svolto un eccellente lavoro in quelle strutture.

SOS: Sala Operativa Sociale. Cuore pulsante del modello di intervento del nuovo corso politico era la Sala Operativa Sociale. Per razionalizzare la spesa e nel tentativo di coordinare gli interventi sul campo, nel 2002 creammo questo servizio che accorpò tutti quelli dedicati al pronto intervento sociale: le cinque unità mobili dello Spis e la sua funzione di centralino sociale, le unità mobili dedicate alle persone senza dimora, il call center per le persone senza dimora attivo presso un presidio ospedaliero, il servizio telefonico notti serene de- dicato agli anziani soli. La centrale operativa rispondeva a un numero verde attivo ventiquattrore su ventiquattro tutti i giorni dell’anno, Na- tale e Capodanno compresi. Era una piccola rivoluzione. Gli operatori del centralino avevano il compito di decodificare la richiesta telefoni- ca e, nel caso, inviare una delle cinque unità mobili collegate al servi- zio. Il costo annuale era di duemilioni e quattrocentomila euro. Di fatto avevamo dimezzato le spese precedenti concentrando tutte le funzioni in un unico servizio. Purtroppo, anche per la SOS prevalse la vecchia logica, tipica di una pubblica amministrazione sprecona e con- servatrice al tempo stesso, di ricominciare daccapo. Per cui fu creato un nuovo data-base che ignorò le esperienze pregresse, alcune anche ventennali. Come consulente cercai invano un punto di mediazione con la coordinatrice della nuova Sala Operativa, ma i data-base dei precedenti servizi furono accantonati. Si perse così una straordinaria esperienza fatta di prove ed errori che sarebbe stata molto utile al servizio nascente.

Già nel primo anno di attività il servizio riceveva una media di cinquemila telefonate al mese, che raddoppiavano durante la stagione fredda. Le chiamate provenivano in prevalenza da associazioni di volontariato, polizia municipale, forze dell’ordine che richiedevano ac- coglienza per senza tetto. Oltre il venti per cento delle telefonate era- no invece di privati cittadini che finalmente potevano interloquire con la pubblica amministrazione senza filtri per segnalare casi di gente di strada, barboni in casa, minori costretti a elemosinare, donne lacere con neonati in braccio nelle gallerie fumose della metropolitane che chiedono la carità. Eravamo riusciti nell’intento di far partecipare at- tivamente la cittadinanza ai problemi sociali della marginalità urbana estrema. I cittadini si stavano trasformando nei nostri occhi in grado di arrivare negli interstizi di una metropoli come Roma che, per esten- sione, è la seconda in Europa. Quando poi emerse il fenomeno delle ronde, la riposta della Capitale c’era già stata, ed era la Sala Opera- tiva Sociale con la partecipazione diretta della cittadinanza. Questo tipo di servizio, almeno così come è stato concepito all’origine dal nuovo assessore, impone all’amministratore di portare a termine i compiti che ha assunto nel suo incarico, la obbliga a fornire risposte perché controllato, in tempo reale, dal cittadino che opera la segnala- zione. Come vedremo, gli input della cittadinanza e l’aumento di ri- chieste indussero l’assessore a far aprire nuovi servizi di accoglienza. Dopo appena un anno di attività dovemmo ripensare l’impostazione della SOS, perché, mano a mano che crescevano le segnalazioni, au- mentavano le aspettative e le pressioni. Con la coordinatrice del ser- vizio, decidemmo di nominare dei sotto-coordinatori interni alla sala. Scegliemmo due giovani operatori, ancora un po’ inesperti ma con una spiccata autorevolezza e senso della leadership riconosciuto dalla maggioranza degli altri colleghi. Gli operatori di lungo corso, che ave- vano lavorato con lo Spis, si lamentarono di questa decisione perché avrebbero voluto ricoprire quel posto in base all’anzianità di servizio, e intentarono anche forme di protesta. Nella pubblica amministrazione le relazioni interne sono difficili: il mondo esterno può precipitare, ma il rispetto per le gerarchie e l’anzianità di servizio è un tabù invio- labile. Noi però mantenemmo la decisione sui nuovi coordinatori e gli operatori della vecchia guardia preferirono andare a lavorare altrove. Così la Sala Operativa diventò davvero un servizio nuovo.

Nel nostro disegno, il front office di raccolta della domanda e il back office di elaborazione della risposta offerto dalla Sala Operativa non era sufficiente a sostenere la mole di lavoro. Elaborammo così un servizio intermedio, di scambio, tra la Sos (input) e il circuito del- l’accoglienza notturna (output). La chiamammo Unità di Valutazione. Selezionammo i tre migliori operatori tra quelli che lavoravano nei vari servizi. L’unità di valutazione era il servizio più delicato, quello che avrebbe dovuto reggere non tanto l’impatto dell’accoglienza, quanto piuttosto il duro lavoro della selezione e di indirizzo delle persone ac- colte nei posti idonei. Per un servizio di accoglienza che intendeva moltiplicare i suoi numeri e con la prospettiva di apertura di centri di grandi dimensioni, non era possibile lasciare al caso la destinazione di migliaia di utenti.

Nel corso dei suoi sei anni di attività, l’unità di valutazione ha lavorato su circa ventimila casi, ventimila persone in carne e ossa con storie personali, spesso allucinanti. Le tre operatrici del servizio e la sua coordinatrice hanno conosciuto e lavorato con ventimila persone in sei anni. Le hanno dirette, accolte, espulse. Le hanno accompa- gnate in tribunale, se madri sole. Sono state minacciate, denunciate, aggredite. Hanno lavorato spesso oltre l’orario di lavoro, garantendo sovente una reperibilità più del dovuto con una pazienza e una professionalità che non avevo mai riscontrato prima di allora. Oltre a una seria preparazione, ci vuole una reale dedizione, una grande disponibilità, che dev’essere riconosciuta e gratificata. Per quello che ho potuto, ho sempre cercato di dar seguito a queste esigenze reali. Senza queste caratteristiche, senza queste persone, non è possibile fare un buon servizio sociale.

Con l’unità di valutazione e la nuova SOS il servizio di ricezione degli input era al completo. Non restava che lavorare sull’output, sulle risposte da offrire alle persone in condizione di marginalità urbana estrema. Trasformare il precedente modello di accoglienza divenne un obbligo anche per esigenze di bilancio, poiché i fondi destinati alle politiche per la marginalità urbana estrema non aumentarono in pro- porzione alle esigenze. La direttiva era di accogliere il doppio delle persone con un aumento dei fondi appena del trenta per cento. Era come fare le nozze con i fichi secchi. Avviammo un tavolo di confronto con gli enti gestori dei servizi di accoglienza, spiegammo la linea politica e la difficile situazione. Dal tavolo però, non emersero i risultati sperati. Dopo dieci frustranti incontri, non si trovarono molti punti di accordo. Alcune cooperative, che non accettavano nessuno tipo di cambiamento, contattarono i propri referenti politici. Così subimmo la pressione di consiglieri comunali che fecero interrogazioni a scopo intimidatorio in difesa dei propri amici. L’assessore fu accusato di fare politiche di accoglienza in base alla quantità e non alla qualità del servizio. Alla fine furono chiuse le case famiglia e i centri diurni e notturni di piccole dimensioni e furono aperte nuove strutture di accoglienza per cinquanta o più persone.

Nei successivi quattro anni di attività del nuovo modello, passammo da una ricettività di circa cinquecento posti a poco meno di quattromila, considerando anche i servizi straordinari attivati per il periodo freddo (e quelli per i migranti). All’inizio della stagione invernale, infatti, ogni anno, fu allestito un tendone della Protezione civile nei giardini della mole Adriana, sotto Castel Sant’Angelo, per l’accoglienza di duecento persone. Data l’esi- genza continua di posti-letto per l’inverno, attivammo alcuni bus del- la solidarietà, pullman gran turismo riscaldati con poltroncine reclinabili, capaci di accogliere fino a cinquanta persone ciascuno. Pur presentando alcune importanti lacune di fondo, il modello di accoglienza che si avviò con la nuova giunta era senz’altro più flessibile del precedente e più aperto alle istanze del territorio. Questo modello era suddiviso in centri per la pronta accoglienza, centri di secondo livello e circuito per madri sole. Il modello si costruì in base alle esi- genze che mano a mano si presentavano, quindi non con una logica di piano, ma con un incedere tipico del pianificar facendo in base alle risorse disponibili e alle esigenze del momento, il che contravveniva con lo spirito della riforma del bilancio degli enti locali voluta proprio dal centrosinistra. Ma di contraddizioni di questo tipo se ne troveranno tante nelle azioni quotidiane delle amministrazioni locali. Molti sono gli amministratori che avanzano richieste – anche non esplicite – di atti in contrasto con le normative vigenti, rifiutando però di assumersi la responsabilità politica delle proprie scelte come, per esempio, scri- vere una direttiva per un dirigente, secondo le riforme Bassanini degli anni Novanta, volute e votate sempre dal centro sinistra. Come dire: la teoria è una cosa, la pratica quotidiana un’altra. E così il dirigente, spesso assunto dall’esterno con il sistema dello spoil system introdotto con quelle stesse riforme, si ritrova tra i due fuochi della normativa vigente e della volontà politica, a volte in conflitto tra loro. Perché questa è una fase di balcanizzazione della politica, dove vige il principio “o con me o contro di me” – che penalizza gli elementi brillanti e promuove il servilismo, produce arretramento e non evoluzione, esalta la logica gregaria del capo, l’io contro il noi. ma questo è un altro discorso.

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