L’obbligo di prendersi cura. Note sul triste gesto del vicesindaco di Trieste (e sulla natura della mancata reazione politica dell’opposizione)

Protagonisti: Polidori, vicesindaco triste di Trieste,  Un valente italiano che scrive a Dagospia, un romeno senza tetto

Coro: La maggioranza rumorosa, la minoranza rumorosa e il nulla che resta dei partiti

Il giorno dopo in cui il vicesindaco di Trieste Polidori si è vantato con un post di aver buttato nella spazzatura le cose di un barbone che da tempo stazionava in via Carducci, un triestino ha scritto a Dagospia per elogiare il gesto dell’amministratore.

“Ha fatto bene, l’avrei fatto io, imbufalito com’ero (anche col Comune), di vedere quello schifo due volte al giorno, al mattino e al pomeriggio”.

Il cittadino specifica che il senza tetto è un romeno senza documenti. “Sono venuti più volte a prenderlo per offrirgli un ricovero, ma lui ha rifiutato per stare là, in mezzo alla strada, nella via principale di Trieste, piena di negozi e di gente che transita e fa acquisti”.

Sempre secondo la testimonianza del cittadino il 26 dicembre all’ora di pranzo, il romeno è stato portato via con la barella della Croce Rossa, ma le sue masserizie sono rimaste in strada.

“Poi ho capito: sapevano già che sarebbe tornato. Quando passavi di là dovevi stare attento a non inciampare nelle sue cose – ad es. gli scarponcini foderati in pelo – lasciate nel bel mezzo dell’ampio marciapiede, largo 6 metri. Un piumino, vestiti, una coperta dove le persone gli buttavano le monete, un borsone, bottiglie, bicchieri in plastica e qualche giorno fa anche un panettone. Il tizio era pure tecnologico. Più volte l’ho visto armeggiare con uno smartphone grande più o meno come il mio, 5,5 pollici”.

Dalla descrizione quello è il luogo della questua del romeno.

Il cittadino passa poi ad attaccare la sinistra (dimostrando per altro una certa cognizione, visto che riconosce l’esistenza di Leu): “Di sicuro Pd e Leu gli doneranno l’attrezzatura per ricominciare daccapo e magari organizzeranno anche un digiuno e una fiaccolata.  Pare che se rifiuta nessuno lo possa obbligare a stare in un luogo con un tetto sopra la testa. Insomma, comanda lui, i triestini che pagano le tasse non contano nulla… L’idrante avrebbero dovuto usare, altro che le scemenze che va dicendo la Bonino intervistata in tv dai tg, senza sapere nemmeno di cosa parla, visto che lei sta a Roma e di sicuro fuori casa sua non stazionano i clochard”.

Effettivamente il cittadino non ha sbagliato: il giorno dopo il triste gesto del vicesindaco di Trieste, la sinistra lo ha utilizzato come propaganda politica determinando uno scenario in cui tutte le istituzioni hanno torto e gli unici ad avere, seppure in misura differente ragione, sono l’italiano con casa e il senza tetto romeno.

Iniziamo dalla quella che in questa storia è l’istituzione massima: il vicesindaco Polidori. Per legge il sindaco condivide con il consiglio comunale la responsabilità della condizione di salute della popolazione del suo territorio. Il sindaco deve conoscere lo stato di salute della popolazione, deve prendere provvedimenti se le condizioni ambientali sono invivibili, se esistono pericoli incombenti e, per la direttiva Seveso, deve informare la popolazione dei rischi rilevanti cui è sottoposta.

Nella sua lettera a Dagospia il cittadino italiano specifica: “Secondo quanto diffuso dai sanitari che lo hanno soccorso, il romeno era anche ricoperto di pustole”.

Non fosse altro che per questa ragione (il pericolo di contagio), il vicesindaco – che nel suo post specifica di essersi poi lavato le mani – non avrebbe dovuto rimuovere da solo gli abiti del romeno, ma attivare una squadra preposta per la bonifica del luogo. Invece per il cittadino che commenta, l’amministratore ha fatto il suo dovere. In caso contrario il cittadino stesso sarebbe passato all’azione.

Ma l’omissione dell’amministratore non si limita naturalmente a questo. L’assessore preposto dovrebbe attivare le reti necessarie per la presa in carico del romeno. In altre parole ha l’obbligo di prendersi cura di lui. Provo a spiegare questo obbligo con un esempio concreto.

Nel 2005 a Roma, come V° Dipartimento, aprimmo un centro di accoglienza sperimentale. Fu avviato durante la solita ondata emotiva tipica dell’inverno, quando i media titillano il pensiero pietoso verso i “poveri barboni”. Quel rifugio di bassa soglia, oltre al ricovero, garantiva una certa privacy perché era composto di alloggi singoli per un massimo di quattro persone e una relativa autonomia. Lo chiamavamo di bassa soglia perché l’accesso era dedicato a quanti vivevano sulla strada da moltissimo tempo e che avevano sempre rifiutato un’accoglienza nei rifugi.

I primi ospiti furono due signori sulla settantina, alcolizzati e malridotti. Avevano vissuto sulla strada per un paio di decenni. In strada erano entrati nella terza età a forza di alcol e aggressioni. I volontari di tutte le parrocchie portavano loro da mangiare alla stazione della metropolitana del Circo Massimo eletto come proprio domicilio da qualche anno, ironia della sorte, proprio sotto la FAO, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo dell’agricoltura e l’eliminazione della fame nel mondo. E, in effetti, il cibo a loro non mancava mai.

Il nostro centro di accoglienza era situato in una località abbastanza distante dall’abitato, quindi l’impatto sociale era modesto. Ciononostante ci furono – almeno all’inizio – non poche lamentele da parte dei residenti. Il centro si riempì presto di barboni, di interstiziali, di quelle persone che rifiutavano l’accoglienza e contemporaneamente che nessuno vuole avere tra gli ospiti perché si pisciano addosso, non si lavano mai, ruggiscono e vomitano. In una parola corpi viventi in putrefazione, menti vaganti alla deriva. È il «naufragio del nauseabondo», come lo definiva George Bataille, il quale sosteneva che l’umanità è contrassegnata da contraddizioni esasperate ed estreme che il pensiero, in quanto riflessione sulla vita, quasi non riesce a concepire. Bataille pensava che ciò che rende umani gli uomini non è solo il linguaggio, ma è il distacco dall’animalità iniziato con l’invenzione dei divieti: il sesso, il lavoro, la nudità, gli escrementi, l’incesto, l’orrore e il rispetto per la morte, che si riflettono nella repulsione del cadavere.

Noi non parcheggiammo quelle persone in quel centro, né ci limitammo ad accoglierle. Le prendemmo in carico, le riconoscemmo come individui e non come generica umanità dolente. Ciò significa in concreto che gli operatori sociali, per tutto il periodo in cui ci hanno permesso di gestire il servizio, si sono armati di guanti, tute e stivali di gomma per lavare i barboni con il tubo, la spugna e il sapone. Significa che – lavate, ripulite e rivestite –, queste singole persone sono state accompagnate nei vari uffici dell’Inps e dell’Asl per sbrigare le pratiche sanitarie, per la pensione di invalidità o per l’assegnazione di un tutore. Significa che questi straordinari operatori hanno finalmente toccato il corpo di queste persone con delicatezza e ironia, e non con violenza. Da quel lavoro è emerso che molti dei nostri ospiti non era- no poveri, almeno non nel senso economico del termine, dato che avevano diritto a una buona pensione d’invalidità e all’accompagna- mento. Alcuni avevano maturato anche cospicui arretrati. Gli opera- tori hanno svolto un lavoro umile e raffinato al tempo stesso. Senza la loro professionalità, dedizione e umanità non avremmo potuto realizzare quel che si riteneva impossibile come l’accoglienza di un gruppo di cinquanta barboni cronici. Qualche osservatore storce la bocca quando si parla di cronici, come se fosse scorretto politicamente ammettere che, tra quanti vivono sulla strada, ci siano persone che non potranno mai trovare un lavoro, una casa e vivere in autonomia. L’esperienza di strada mi fa ritenere il contrario. Purtroppo sono in molti che, dopo anni di vita randagia e di fatti personali che a volte poco hanno a che fare con la loro stessa storia futura, non condividono più le prospettive della maggioranza. Ritengo che il rispetto dell’individualità sia essenziale per questo tipo di lavoro. Esiste una differenza tra il progetto mirato, che si deve sviluppare con ogni persona accolta, e il percorso di reinserimento sociale. Il progetto parte dalle esigenze e dalle possibilità del singolo, prevede un percorso lento e non lineare, non è mai determinato a priori e soprattutto non si sa dove arriverà. Il reinserimento sociale è un retaggio ideologico che pretende uno sviluppo progressivo con un unico sbocco e muove dall’assunto che ogni individuo è uguale all’altro. Mentre il progetto individuale si basa sulla teoria dei piccoli passi e può essere mirato alla semplice doccia per chi rifiuta di lavarsi da anni, il reinserimento sociale guarda in alto, verso gli orizzonti lontani.

In questo centro, gli operatori sono riusciti a elaborare una presa in carico personalizzata per ogni ospite che, lì dentro, ha smesso di essere un semplice utente ed è stato riconosciuto come persona. Ognuno con il suo carattere, la sua personalità e le sue esigenze. Il progetto personalizzato, è forse la condizione ideale per questo tipo di lavoro. Certo, spesso non è possibile a causa degli scarsi investimenti istituzionali. Però il rapporto diretto garantisce il riconoscimento dell’individuo, con le sue caratteristiche peculiari, che si confronta con l’operatore, anch’egli essere umano e non mero tutore dell’ordine.

Entrarono così questi cinquanta barboni, ognuno in un prefabbricato da due e da quattro posti ciascuno, accumulando cicche di sigaretta e bottiglie di vino sotto il letto, proibito dai regolamenti ma tollerato in misure ridotte dall’intelligenza degli operatori. A un alcolista cronico con settanta primavere sulle spalle che ha vissuto trent’anni sulla strada e beve fin dall’adolescenza, si può anche proibire del tutto di bere, ma lui abbandonerà il centro per tornare sulla strada, e l’istituzione l’avrà perso. Gli operatori del centro, preferirono, entro la ragionevolezza, essere infedeli alle regole, ma non mancare un’occasione.

Il progetto di questo particolare centro di accoglienza è stato compromesso, perché un anno dopo la sua apertura sono state inserite dal Sindaco Veltroni per mano del suo vicecapo di gabinetto Odevaine (poi condannato per Mafia Capitale), contro la nostra volontà, alcune famiglie sgomberate da un’occupazione abusiva nel cuore del quartiere benestante dei Parioli. Era un’occupazione “di destra” e la giunta, di sinistra, aveva voluto dare una risposta che coniugasse fermezza e accoglienza. Così Odevaine ci impose una quindicina di famiglie: donne, uomini, bambini e bambine. Provai in tutti modi, anche mettendo nero su bianco, a evidenziare la pericolosità di quella promiscuità: minori con barboni. Dissi anche che c’era un uomo accusato di pedofilia in attesa di accertamenti da parte dell’autorità giudiziaria. Era vero. Ma era altrettanto vero che, fino a quando non c’erano bambini in zona, non esistevano pericoli. Fu tutto inutile. La logica della quantità prevalse sulla qualità. La tensione si tagliava col coltello. Adesso ricevevamo continue lamentale da parte della cittadinanza, del vicino centro anziani e del mercato. E soprattutto delle famiglie ospitate nel centro che non volevano condividere il loro spazio con i barboni, alcuni dei quali si esibivano in spogliarelli improvvisati davanti gli occhi attoniti dei bambini. Fu eretta una rete di separazione e la tensione si stemperò per un po’ di tempo. I gestori installarono dei condizionatori d’aria fredda per contrastare il caldo dell’estate che arrivava. Dopo quasi un anno di convivenza, alle famiglie fu assegnato un alloggio. Speravamo di poter riprendere la nostra attività sperimentale, ma subito furono inserite altre famiglie dell’est Europa che occupavano abusivamente, da quindici anni, uno stabile nei pressi del nostro centro. Fu il colpo finale. La maggior parte delle donne accolte si prostituiva e molti degli uomini facevano loro da pro- tettori, oltre a dedicarsi ad altre attività quali il furto, la ricettazione e lo spaccio di stupefacenti. La morbida rete che separava lo spazio dei barboni da quello delle nuove famiglie, sembrava non reggere alle continue sollecitazioni che provenivano da quella parte. L’ente gestore moltiplicò gli sforzi, tenendosi in equilibrio tra il nostro ufficio che aveva commissionato il centro e l’ufficio del sindaco che aveva inserito a forza le famiglie. Ma, si sa, ubi maior minor cessat. È la logica che ancora oggi impera nella pubblica amministrazione: il condizionamento della politica sulle mansioni tecniche. In fondo ero un semplice dirigente, come mi dissero, messo lì per gestire le emergenze. Mi fu detto che anche quella era un’emergenza. Risposi che era stata creata dalla stessa amministrazione, che senza un principio di pianificazione non avremmo mai potuto risolvere nessuna delle emergenze sociali che scoppiavano in città, ma che tutt’al più potevamo nascondere la polvere sotto il tappeto spostando gli sfollati da una parte all’altra della città sul genere del facite ammuina napoletano. Ancora ricordo il tono di voce del politico che mi suggeriva di fare ammuina e urlacchiava strizzando l’occhiolino: chilli che stanno a prora vann’a poppa, chilli che stanno abbasscio vann’n coppa, è così che si fa, ma tutto vi devo insegnare? È evidente che questo, a qualcuno, era sufficiente, ma ad un certo punto la polvere, accumulata sotto il red carpet, ha iniziato a riversarsi sulle strade.

Nonostante tutto continuo a credere che si possa fare. Penso davvero che si possano accogliere moltissime delle persone di strada con un disagio estremo. Certo, è un costo. Ma i soldi non mancano: sono mal spesi. È come per la pulizia delle strade. Un grande sindaco di Roma degli anni Settanta, il rimpianto Luigi Petroselli, diceva che Roma non è sporca, viene sporcata. Lo stesso discorso vale per le risorse: non mancano, sono male impegnate.

Questo lungo ricordo serve anche a ribadire due punti: chi è senza tetto ha il diritto di essere preso in carico e la presa in carico è un lavoro lungo, e i cittadini hanno il diritto di vivere in una città in cui i senza tetto sono presi in carico. L’atteggiamento del vicesindaco di Trieste e i tristi cori delle fazioni politiche, ci fanno perdere di vista questi due punti. La battaglia non è per il decoro né per l’abbandono, ma per la dignità. Il gesto crudele e ottuso del vicesindaco deve essere respinto con l’obbligo di prendersi cura, non con la solita fiammella della bontà.

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