La non-notizia: a Roma è morto il sesto senza tetto dall’inizio dell’inverno.

A Roma è morto il sesto senza tetto dall’inizio dell’inverno (due di morte violenta, uno investito, l’altro bruciato). Il gruppo consigliare del PD ne approfitta per innescare un (giusto) attacco politico all’incapacità di questa giunta 5 stelle di allestire quantomeno una robusta rete di servizi per la riduzione del danno e la pronta accoglienza di quanti vivono per strada durante il periodo freddo.

Ciò detto, speculare politicamente sulla morte dei senza tetto è sbagliato a livello politico e morale. Alla fine del primo inverno in cui si insediò, Veltroni disse che le cose erano andate bene perché non era morto nemmeno un senza tetto (leggi: non aveva fatto notizia sui giornali). Questa dichiarazione era sbagliata , non solo perché, come poi accadde negli anni successivi la gente continua a morire in strada anche quando si aprono 2000 posti letto, ma anche perché si lancia un messaggio devastante: i senza tetto fanno notizia solo quando muoiono.

La gente si occupa dei barboni solo a Natale o durante l’emergenza freddo. Io non sono indignato per quei pochi che ogni anno muoiono per la strada, sono indignato per i molti che quotidianamente sono costretti a viverci” diceva Marco pochi giorni prima di morire, senza tetto né assistenza, a quarantadue anni dopo averne passati oltre dieci per la strada.

Nel comunicato del PD si definisce clochard il sesto morto. Purtroppo le persone che vivono per la strada devono diventare invisibili per la maggioranza, a iniziare dal nome, perché il solo denominarli con esattezza farebbe capire l’orrore di vivere un’esistenza sotto lo sguardo indifferente del mondo.

C’è chi è pagato per farsi spiare e chi pagherebbe, se solo potesse, per smettere di vivere una vita privata in forma pubblica ventiquattrore sotto gli occhi di tutti. C’è chi, come i protagonisti del Grande fratello e i moltissimi che vorrebbero essere al loro posto, si esibisce nello spettacolo tedioso della propria vita quotidiana in cattività, e chi, come i senza dimora è costretto vivere sotto lo sguardo implacabile dei passanti. Paradossi sociali. L’estetica della nostra società dell’opulenza si è trasformata in una maniacale ossessione vouyeristica in un contesto sempre più virtuale.

Tutti i senza tetto ogni giorno si appartano tra le macchine, lungo il fiume, dove capita  per espletare le funzioni primarie, si lavano alla fontanella sotto lo sguardo disgustato o pietoso dei passanti, si rasano a secco e poi vanno a cercare qualcosa per la città. L’unica barriera tra l’esterno e l’interno è la pelle. Quella che altri esibiscono, abbronzata, vellutata, lucente, essi occultano con la sporcizia.

L’occhio che spia i barboni, attenta in ogni momento la loro identità. E’ un occhio implacabile che li segue ovunque. Anche di notte quando la città sembra deserta.  Tutti i grandi criminali rimuovono psicologicamente l’umanità delle loro vittime. I barboni – esposti come in uno zoo – sono stati de-umanizzati, resi culturalmente vuoti a perdere. Per questo motivo, se li guardiamo, possiamo tollerare noi stessi nell’atto di guardare.

La vita in strada è come abitare una casa con le pareti di vetro. In un’epoca in cui esiste una legge e un garante, migliaia di persone sono costrette a mangiare, dormire, amare, defecare, insomma vivere, espropriate da qualsiasi forma di privacy. Private dei diritti elementari, le persone senza tetto si adattano loro malgrado ad uno degli ambienti più impervi del mondo: la metropoli vissuta direttamente sulla strada. Vivono negli interstizi delle città, negli atri dei palazzi dove noi abitiamo, nelle gallerie che noi attraversiamo, negli androni delle banche dove noi ci rechiamo per prelevare i soldi. Basta scavalcarli come un qualsisi oggetto inerme. Ognugno di noi sa scavalcare un barbone.

Gli androni degli stabili sono luoghi semi-aperti dove si può fare sesso. Una sera di primavera di tanti anni fa sono passato davanti ad una banca. C’era un ammasso umano. Si distinguevano due uomini e una donna sotto un groviglio di coperte e capotti che facevano l’amore. Alcuni passanti commentavano scandalizzati: “è un’indecenza”. Già, è un’indecenza che non abbiano nemmeno un posto per fare l’amore.

Sono invisibili eppure ci accorgiamo di loro solo quando fanno qualcosa che ci infastidisce. Appunto copulano o se defecano, orinano, chiedono soldi, dunque se esistono. Il nostro comportamento ricorda la formula con la quale Fritz Zorn definiva l’essere borghese: “Essere borghese significa essere tranquillo a qualsiaisi costo, perché altrimenti si potrebbe disturbare la quiete di qualcun altro […] Credo che il non voler disturbare sia male proprio perché al contrario bisogna disturbare. Non basta esistere; bisogna anche far notare che si esiste. Non basta semplicemente essere, bisogna anche agire. Ma chi agisce disturba – e ciò nel significato più nobile della parola. […] Se si pensa che nel mondo borghese tutto ciò che è sessuale ‘non esiste’, vale a dire, semplicemente, che non c’è perché è stato proibito (come se qualcosa potesse cessare di esistere perché vien proibito), allora ci troviamo di fronte ad una realtà perversa“.

Marco, il mio amico morto sulla strada ormai troppo tempo fa, ripeteva sempre: “Scusate se esisto”. Da 25 anni assistiamo a dispositivi per contro i poveri che proibiscono il mangiare, il dormire, il semplice stazionare sulla strada. Viene di fatto vietata l’esistenza di un individuo. Paradossi legali che dichiarano proibita la vita a migliaia di homeless.

I nostri occhi sono allenati, li guardano, ma un attimo dopo li hanno rimossi. Esattamente come succede dopo aver assistito ad un incidente stradale. Pochissimi di noi si astengono dallo sbirciare con un senso di disagio, come dice Stephen King, le lamiere contorte delle auto aggrovigliate. Attrazione e repulsione. Come verso i barboni. L’angoscia inconscia è la stessa: potrebbe capitare anche a me. Venticinque anni fa scrivevo: “Molti di noi oggi possono finire in strada per la perdita del lavoro, per una grave depressione, per lo sgretolamento delle reti sociali e amicali. La precarietà diventa norma attraverso forme di vita sempre più flessibili, l’anonimato angoscia, il controllo ossessione”.

Ecco, parlare dei senza tetto solo quando muoiono o, peggio, per polemica politica, è un modo per occultare un fenomeno in costante crescita, dunque un modo per rimuoverlo.

Tra una decina di settimane tornerà il tepore. La primavera si annuncerà non prima di una ricaduta, e i barboni non faranno più notizia, nemmeno quando muoiono. Eppure la gente di strada continuerà a morire e sopratutto a vivere.

 

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