Homeless, clochard, barboni: gente di strada

Tra un mese, due al massimo, quando le temperature si alzeranno, non si parlerà più di senza tetto. La politica troverà altri argomenti su cui fare polemica (in estate c’è per esempio l’emergenza caldo per gli anziani) e la gente di strada sarà come sempre dimenticata. In questo frangente in cui l’attenzione è ancora alta, mi piace ricordare che il modo in cui noi nominiamo le cose del mondo non è neutro, e che i nomi veicolano sempre un’ideologia. Nei comunicati stampa dei vari partiti politici usciti in questi giorni, si usano in modo intercambiabile alcune categorie sociali per indicare la gente di strada. I nomi aiutano anche a rimuovere il Perturbante, qualcosa che ci angoscia come è la discesa verso l’inferno della povertà urbana estrema.

Il cosiddetto “barbone” non è che la punta di un iceberg, la forma più nota e clamorosa per distinguere coloro che vivono per la strada. I barboni esistono eccome, ma sono una piccolissima parte del complesso ed eterogeneo fenomeno indicato con la definizione giuridica di senza fissa dimora.

“Barbone poi!” ripeteva Marco. “Io mi faccio la barba tutti i giorni, a secco perché non ho la schiuma da barba. Ma la gente dà l’etichetta perché siccome è troppo pigra per pensare, se dà l’etichetta agli oggetti e alle persone risparmia di osservarli nel profondo. Chiamalo ‘disadattato’, oppure ‘momentaneamente povero’, oppure ‘uno che semplicemente per le vicende della sua vita si è trovato per strada’. No, viene etichettato: ‘barbone, sono tutti uguali’!

Ogni denominazione di un fenomeno veicola un’ideologia. Per dirla con Bourdieu i nostri nomi – le definizioni del nostro gruppo sociale – ci identificano, forniscono una notevole parte della nostra identità sociale. Dunque, clochard, barbone, o lo stesso vagabondo, veicolano una particolare concezione dell’articolato fenomeno dei senza fissa dimora. L’idea di vagabondaggio come si trova espressa, ad esempio, nella letterature Beat è nutrita di un certo misticismo. Nel Siddharta di Hesse il nomadismo è un atto spirituale liberatorio operato, per libera scelta, dall’uomo in solitudine, al fine di affrancarsi dalla materialità del quotidiano, per proiettarsi verso un altrove ideale, attraverso la pratica, appunto, dell’erranza. Elementi questi fortemente compresenti anche nella concezione comune, occidentalissima e tanto di moda in quest’epoca new age, del clochard francese oppure dell’italiano barbone.

Closcer, in francese, significa “zoppicare”, ma è riferito anche a “persona poco intelligente, tarda”. Anche l’etimologia di barbone è negativa. Con i mutamenti sociali intercorsi negli ultimi trent’anni, entrambi i termini hanno dunque perduto quel connotato di negatività, assumendo e veicolando, addirittura, un significato quasi opposto all’originale. Barboni e clochard sono diventati così, in tempi recenti, quelle persone che hanno scelto di tagliare i ponti con la quotidianità, di lasciarsi alle spalle il comune, mediocre stile vita e girare, in solitudine, per le strade del mondo. Magari accompagnate da un tenero pet, cagnolino o gattino che sia. Il significato mistico del vagabondaggio – mutuato, in parte, dalla concezione beat della filosofia zen – si sostituisce così a quello negativo di “barbone” o clochard, che rimane però integro nel suo significante e le persone che vivono per la strada, siano esse malate croniche o tossicodipendenti, alcolizzate o indigenti, folli o disoccupate, sono costrette nell’onnicomprensiva, quindi mistificatoria, categoria dei “barboni”. Celati da questo termine, migliaia di individui diventano così invisibili: non potendo essere compresi dalla società civile se non marchiandoli per dissimularli, essi sono occultati dietro un nome che è indice, causa e soluzione morale della loro condizione. Quante volte infatti ci sentiamo dire: “ma l’hanno scelto loro di vivere così”. Basterebbe seguire queste persone nei loro percorsi urbani per evidenziare come, con fatica, esse riescano a sopravvivere in un ambiente così duro ed estremo com’è la metropoli vissuta direttamente sulla strada. Parlare di scelta rasenta l’insulto ed è spesso indice di un malcelato cinismo.

“In base alla mia piccola esperienza i barboni sono l’ultimo gradino di un ceto sociale. Ci sono svariate sembianze di barboni. Questo dipende da quanto tempo vivono per la strada”, mi disse Carlo, qualche anno fa. “Una delle cose peggiori per una persona che vive in mezzo alla strada è che dopo tanti anni, un po’ con le delusioni un po’, diciamo, per le circostanze, non riesce più a riemergere, e automaticamente, io dico, si radica nel sistema di barbonenel senso che tutto quello che aveva fatto prima per cercare di sfuggire, alla fine gli piace. Perché automaticamente, diventa un’abitudine lavarsi in una fontanella invece che in un bel bagno caldo, oppure dormire in un angolo su un cartone anziché in un letto. E a lungo andare il barbone non crede più a nessuno e le sue consolazioni si baseranno sull’alcol o sulla droga o che altro non so. E quando verrà avvicinato, automaticamente, per prima cosa, respingerà per difendersi”.

Vagabondo, hobo, barbone, tramp, clochard, oppure accattone, povero, emarginato, assumono un significato limitato di fronte allo shock culturale e psicologico dello scivolamento nella vita di strada disperando di poter un giorno riemergere; di fronte al dilagare del fenomeno della povertà urbana estrema.

Dietro l’ideologia del vagabondaggio, del barbone-ribelle, del filosofo-tramp, del clochard-poeta, è stato celato un mondo di miseria che oggi si manifesta in tutto il suo potente degrado. Non mi stupiva, all’inizio degli anni’90, che negli Stati Uniti d’America e nel suo ex centro culturale progressista, San Francisco, fosse tornata in atto una sorta di Poor Law, una legge che puniva chi dorme ma anche chi mangia o chiede soldi per la strada. Se al termine barbone si opera una sostituzione politically correct con una parola inglese quale homeless, il risultato non cambia e il senza dimora rimane occultato, poiché della cosa non è sufficiente il nome. Chi vive per la strada deve scomparire anche dalla toponomastica delle idee.

Per quanto riguarda la percezione della condizione di senza dimora, Evio proponeva una distinzione interessante e pragmatica: “Se chiedi alla gente chi è un barbone, il 99% ti dice che sono persone che non hanno voglia di lavorare, non hanno cultura, sono dei parassiti. In realtà quella del barbone è una scelta, quindi diventa una sorta di cultura: non dimentichiamo i romantici clochard francesi! C’è una distinzione basilare da fare tra il barbone e l’emarginato. Mentre il barbone è uno che l’ha fatto per scelta, l’emarginato è uno che ci si ritrova a vivere da barbone senza accettarlo, quindi non potrà mai essere felice”.

Definiamo “senza fissa dimora” quelle persone che si trovano, allo stesso tempo, in uno stato di grave bisogno, di precarietà materiale estrema e complessiva dei bisogni primari (mancanza di alloggio permanente, reddito minimo, salute, possibilità di accesso ai servizi socio-sanitari, rottura delle reti familiari, sociali e amicali) e in una progressiva condizione di rischio di ulteriore deterioramento fisico e/o psichico.

Al di là dei pregiudizi romanticheggianti e dell’approccio apocalittico, per la strada non vivono solo i poeti, gli alcolisti e i folli, ma anche persone che percepiscono chiaramente la propria condizione. Come testimonia l’articolato dialogo tra Marco ed Evio, in un passaggio significativo tratto dal cortometraggio il Vortice dell’anonimo (1996)

Evio: Tu dici di non continuare ad usare la parola “barbone”…

Marco: Appunto: tagliati la barba!

E: Ma è fondamentale perché io sono orgoglioso di essere un barbone e me ne vanto!

M:  No, io sono un principe, io ho il sangue blu, sono un nobile! Lo sai chi è barbone? Barbone è Scalfaro!

E: A volte il barbone è colui che ti mette le mille lire in mano!

M: Barbone è Berlusconi, barbone è Scalfaro, barbone è Bossi! Io ho vissuto la strada, io ho arato la strada con l’aratro e ho seminato nel cemento armato. Io sono un contadino non un barbone, per Dio!

Il barbone è una tipologia psico-culturale che rientra in quella categoria sociale composita e molto vasta dei senza fissa dimora. Estremamente minoritario in termini percentuali, si caratterizza per la sindrome da accumulazione di cartoni, stracci e buste di plastica. I barboni attraversano dunque le strade della metropoli con buste spesso piene di rifiuti. Cose che per noi sono rifiuti per loro invece hanno un significato. Chi perde completamente ogni forma di proprietà privata raccatta una lattina spiaccicata di Coca-Cola dandole un senso completamente altro. Maddalena, mentre giravamo il video ha detto: “in quelle buste c’è tutto il mio mondo”. Quelle buste contengono significati e non tutti i significati sono immediatamente decodificatili. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno ha assunto proporzioni gigantesche, è stata adottata l’espressione di plastic-bag ladiesper definire le donne homeless. Queste, insieme a coloro i quali girano per le città con i carrelli dei supermercati pieni di cose seguendo itinerari personalissimi, sono gli elementi più facilmente riconoscibili dell’intero fenomeno. Nel loro assemblaggio perenne di oggetti eterocliti, ricordano il bricoleur levistraussiano.

E’ importante aggiungere che esistono forme di barbonismo anche in presenza di un’abitazione. Il problema del “barbone in casa”, è segnalato sempre più spesso da molti amministratori di condominio ai servizi sociali circoscrizionali e alle Usl che hanno ulteriori difficoltà per la presa in carico dell’utente.

Non tutte le persone senza fissa dimora diventano barboni. La sindrome del barbonismo fa parte di quelle ossessioni che coinvolgono anche molti collezionisti i quali presentano tratti spesso maniacali nella gestione del proprio hobbie.

Alcuni sociologi hanno intravisto nella condizione di senza fissa dimora un’assenza di territorio oppure di ambiente. Anche la stessa definizione di senza fissa dimora, comunica un’assenza. Dunque, che sia la dimora, il territorio oppure l’ambiente, queste persone vengono classificate in base alla condivisione di ciò che non hanno. Territorio e ambiente definiscono un’area relazionale ben più ampia, meno concreta e circoscrivibile della dimora. E proprio in quanto l’assenza di dimora costituisce una mancanza gravissima dal punto di vista psico-sociale e fondante dal punto di vista culturale, ritengo che la definizione più  attinente, sia proprio quella che pone l’accento sulla mancanza materiale, primaria e fondamentale: la fissa dimora. Dove per fissa non si intende all’infinito, ma per il tempo necessario ad elaborare progetti di vita.

“Io non mi sento né barbone né niente” diceva Fabrizio con lapidaria semplicità. “Sono uno che del mio vivere in strada non ne vado né orgoglioso né disorgoglioso. Mi considero un essere umano, una persona che ama ancora la vita”.

Il nome della rosa di Umberto Eco si chiude così: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, delle cose abbiamo solo il nome nudo. Etichette, categorie, stereotipi aiutano a pensare l’altro. Nel caso dei senza tetto, dei clochard, dei barboni, dietro al nome ci sono le vite degli altri.

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