Victor Jara. Massacre at the Stadium

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Dal giorno 11 gennaio è disponibile su Netflix Massacre at the Stadium, un documentario su Victor Jara, sulla sua morte, sul processo ai suoi assassini e sulla straordinaria figura di Joan Turner Jara,

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Joan Jara

la vedova novantaduenne di Victor che tesse il filo della narrazione (e della ricerca della verità sull’assassinio di suo marito). E’ lei, intervistata a più riprese nelle quattro decadi passate dal mese del golpe, è il suo viso che via via si spegne e si riempie di rughe, sono i suoi occhi che sembrano morire per poi rivivere fino al giorno della giustizia, che sostiene il documentario di Bent-Jorgen Perlmutt.

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La famiglia Jara

Il documentario inizia con alcuni cenni biografici del cantante folk cileno. Victor era nato all’inizio degli anni Trenta da una famiglia contadina poverissima. La povertà, l’esclusione e il riscatto sociale saranno i temi principali delle sue canzoni.

In questa prima parte del documentario Eduardo Carrasco tra i fondatori del complesso musicale Quilapuyun che accompagnerà Jara a lungo, Horacio Salinasper decenni direttore musicale degli Inti Illimani e Josè Seves (sempre degli Inti), raccontano del periodo di Unidad Popular, della campagna presidenziale di Salvador Allende, della vittoria, del fenomeno de La Nuova Cancion Chilena (Allende dirà che non ci sono rivoluzioni senza canzoni) e della destra che si organizza per boicottare la presidenza del primo marxista eletto democraticamente.

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Horacio Salinas

 

Nelle interviste si racconta delle cariche della polizia contro i sostenitori di Allende, del conflitto quotidiano con una parte consistente della società anti-socialista che vedeva diminuire i propri privilegi, ma che soffriva anche della mancanza dei beni primari che scarseggiavano a causa dei primi scioperi sostenuti con i soldi di Kissinger e Nixon.

Per sottolineare il clima di quel momento, si racconta di quando Victor una sera rischiò il linciaggio cantando Preguntas por Puerto Montt, una canzone che narra del massacro di dieci persone il 9 Marzo 1969 nella città di Puerto Montt perpetrato dalla polizia cilena durante il governo riformista del democristiano Eduardo Frei (il ministro degli interni era Pérez Zujovic, che sarà poi assassinato per vendetta nel 1971 da un commando terrorista dei VOP, Vanguardia Organizada del Pueblo, citato espressamente nella canzone di Victor: Usted debe responder Señor Pérez Zujovic por que al pueblo indefenso contestaron con fusil? Señor Pérez su conciencia la enterrò en un ataúd y no limpiarán sui manos Ni toda la lluvia del sur). Le vittime avevano occupato terre incolte di un proprietario terriero locale. Al massacro seguì la distruzione delle case degli occupanti. In sala ad ascoltare Victor quella sera del 1972 c’era anche uno dei figli dell’ex ministro Pérez Zujovic che iniziò a urlare contro il cantante scatenando una rissa.

Aria di Golpe. Sapevano che stava per succedere qualcosa di tremendo, ma non di così tremendo. Joan Jara racconta di quel maledetto 11 settembre 1973, quando Victor, ascoltate per radio le ultime parole di Salvador Allende su Radio Magallanes, esce di casa per non tornare mai più. Sarà rinchiuso nello Estadio Chile (dal 2003 Estadio Victor Jara) insieme ad altre 5.000 persone.unknown-3

Il 18 settembre Joan fu chiamata riconoscere il corpo del marito: “La mia vita finì quel giorno”, dirà in un passaggio di un documentario degli anni Settanta. Come risulta da altre testimonianze, le mani di Victor Jara non furono amputate né gli fu intimato di suonare la chitarra dopo che gli avevano spezzato le dita. Era questa una leggenda che girò negli anni successivi al golpe. Victor Jara sarebbe morto per le torture (e le sue dita furono effettivamente spaccate) anche se non gli avessero sparato. Ma chi fu a premere il grilletto?

Poco dopo il faticoso ritorno della democrazia in Cile, i sospetti cadono su un ex militare di Pinochet, Pedro Pablo Barrientos Nunez  oggi cittadino americano.

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Pablo Barrientos Nuñez

“Barriento Nunez è il cattivo come lo dipinge Trump”, dice un intervistato: “emigrato dopo aver commesso crimini atroci che si fa scudo approfittando della democrazia americana”.

Le interviste a Barrientos Nunez (alternate con quelle a Joan Jara) sostengono la seconda parte del documentario che, pur essendo chiaramente dalla parte delle vittime, non scade mai nella faziosità moralista né pretende di separare i buoni, anzi i puri, dai cattivi. Pablo Barrientos Nunez si difende con tutti i mezzi (“la politica cilena adesso ha bisogno di una vittima sacrificale, io vengo da una famiglia povera, nel 1970 ho votato Allende perché prometteva di abolire la miseria, io ero socialista, da bambino nella mia casa c’è sempre stata tanta musica”), persino con la macchina della verità. Il regista gli restituisce la dignità di essere umano, il verdetto sarà dello spettatore. Ed è questa la parte più originale del documentario, quella che lascia lo spazio allo spettatore di valutare la difesa e le parole di Barrientos, 69 anni, residente negli USA, nel 2016 condannato da un tribunale americano a pagare un risarcimento di 28 milioni di dollari alla famiglia Jara. Nei titoli di cosa apprendiamo che, dopo la condanna, le autorità cilene hanno chiesto la sua estradizione e hanno condannato altre 6 persone per l’omicidio di Victor Jara.

Due note finali a margine del documentario. Nel 1971 Victor Jara adatta Little Boxes, una canzone di Malvina Reynolds portata al successo da Peete Seeger e la trasforma in Las Casitas del Barrio Alto in cui raffigura lo stile di vita europeizzato e borghese degli abitanti dei quartieri ricchi di Santiago dove abitano avvocati, dentisti, mercanti, proprietari terrieri e trafficanti che giocano a bridge, bevono Martini-dry, hanno bambini biondi che vanno a scuola con altri bambini biondi che poi vanno al college dove imparano l’intrigo della politica. Chissà cosa scriverebbe oggi Victor Jara di una sinistra che quando ha preso il potere non lo ha utilizzato per la redistribuzione del reddito, per la scuola e la sanità pubblica come fece Allende, ma per arricchire i già ricchi.

La seconda nota è personale. Le musiche del documentario sono composte da Camilo Salinas (oggi integrante del gruppo Inti-Illimani Historico) che io ho visto fin da quando era ancora nel ventre di sua madre, Irene, tre anni dopo il Golpe.

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«Se la beneficenza, l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene chiamato “la carità,” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare tale benessere alle maggioranze.»
(Camilo Torres, Messaggio ai cristiani)
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Camilo Salinas

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