Il ragazzo sbagliato. Attilio e il carnevale di Ivrea

Ogni anno quando si avvicina Carnevale mi torna in mente mio zio Attilio. Nella battaglia delle arance, lui faceva parte degli Aranceri della Pantera Nera, quelli con la fichissima casacca lucida e una pantera nera su sfondo giallo stampato sulla schiena. Il Carnevale di Ivrea è di origine medioevale e contempla personaggi come la Mugnaia, il Generale, lo Stato Maggiore, gli Abbà, ma la battaglia delle arance risale alla fine dell’ottocento. Il colore delle arance simboleggia il sangue versato nelle guerre che segnarono la città. Nel secondo dopoguerra si formarono le prime squadre a piedi di arancere si allestirono i primi carri da getto che rappresentavano i manipoli di sgherri agli ordini del Feudatario. Le squadre a piedi invece rappresentavano le bande popolane in rivolta. La battaglia diventò così il simbolo delle lotte del popolo contro la nobiltà. Attilio non poteva che stare con gli aranceri della Pantera, una squadra che si formò nel 1966 quando lui aveva 12 anni.

Le prime squadre si formarono nel rione operaio della fabbrica Olivetti: Asso di Picche, Morte, Scorpioni d’ArduinoTurchini,Scacchi, Pantere, Diavoli, Mercenari e Credendari nove squadre per un totale di 4.000 tiratori, 50 carri trainati da cavalli, 5.000 persone coinvolte direttamente nella battaglia.

A Pasqua spesso andavamo a Ivrea a casa dei nonni, e allora mi fermavo incantato a guardare le foto della battaglia delle arance. A volte capitava che Attilio non fosse in casa, quando abitava ancora con i genitori (era molto geloso delle sue cose), allora aprivo l’armadio che aveva costruito nonno Ettore e sfioravo con i polpastrelli la sua camicia nera con la pantera tipo seta che teneva appesa su una gruccia di legno.

 Attilio aveva anche un paio di nunchaku genere Bruce Lee di legno massiccio uniti con una catenella che si era costruito da solo e che maneggiava abilmente. Era alto più di un metro e novanta, aveva due palanche al posto delle mani, un barbone nero e folto. Non avrebbe potuto scegliere che gli aranceri, arrabbiato con il mondo come era, mio zio Attilio.

A 11 anni aveva lasciato la scuola in uno dei tanti scatti di ira della sua vita, ed era andato a lavorare come meccanico.

Ha lavorato nella buca a sostituire i freni delle automobili quasi 20 anni. Oltre alla negatività di sua madre (mia nonna), ha respirato l’ossido di carbonio dello scarico delle macchine in officina. I suoi padroni, per risparmiare, d’estate non accendevano l’aspiratore. A volte Attilio tornava a casa che sembrava ubriaco tanto era intontito dai gas di scarico, beveva un bicchiere latte e si buttava a letto per un’ora.

Dopo il matrimonio si è licenziato. La moglie non ostacolò la scelta come invece aveva sempre fatto sua madre che aveva paura di perdere lo stipendio che lui versava interamente alla famiglia. I padroncini non gli hanno mai pagato gli straordinari anche se faceva almeno un’ora ogni giorno. Di tutto questo lui non ne parlava. Sua moglie si arrabbiava perché avrebbe voluto che si difendesse, invece lui restava in silenzio a masticare bile… Poi è stato assunto in una ditta che faceva le buche per le strade. Lì è iniziata la sua ripresa psicologica. I suoi compagni di lavoro lo prendevano in giro perché lui non reagiva agli scherzi. Un giorno ha reagito: ha preso un martello e l’ha scagliato contro un tipo che per poco non gli sfonda il cranio. Da quel momento l’hanno rispettato.

Suo fratello maggiore Franco gli diceva: “Vedi Attilio, la differenza tra me e te è che io quando la mattina mi sveglio penso: chissà quali opportunità può riservarmi questa giornata. Tu invece pensi: chissà quali fregature può riservarmi. Ecco, la sfiga uno un po’ se la tira”.

Attilio praticava le arti marziali, suonava la batteria e faceva parte di un gruppo anarchico del Canavese.

Di tutta la famiglia di mia madre, credo che Attilio sia l’unico a non essere passato per l’Olivetti. Un vero anarchico, lui. Me lo ricordo che suona la batteria, finalmente felice, 25enne, nel duo con la sua compagna di 11 anni più giovane di lui, cioè dell’età mia. Suonano L’Internazionale nell’arrangiamento degli Area, lei alle tastiere e lui che ci dà dentro come un pazzo picchiando e sovrastando la batteria.

Mi ricordo anche un concerto degli Area, a una festa dell’Unità (o forse in qualche altra sagra paesana) nel Canavese, nei primi anni Settanta. Una cosa all’aperto, al tramonto, con un odore di salsicce alla griglia nell’aria e sta musica incredibile con tutta questa elettronica e corde metalliche e piatti di batteria e un tipo assurdo sul palco che gorgheggiava e si lamentava che io figurati se potevo capire dato che al tempo ascoltavo solo gli Inti Illimani.

A quei tempi Attilio praticava l’Aikido. Ricordo il suo maestro. Un tipo alto un cazzo e un barattolo. Andava in autostrada a provocare i camionisti: gli faceva le corna, li insultava. Quei bisonti padani lo superavano, scendevano dai loro bisonti su gomma con il crick, e lui li stendeva. Diceva che era l’unico modo per capire se la sua tecnica di combattimento funzionava. Attilio si illuminava quando raccontava quelle scene di violenza. Ecco, la violenza. Ad Attilio piaceva e anche per questo stava con gli aranceri in strada.  La “battaglia” delle arance ha per teatro le principali piazze della città e si svolge tra i carri che passano al seguito del corteo e le squadre a terra. Sui carri trainati da cavalli ci sono gruppi 12 aranceri protetti da vistose imbottiture e maschere di cuoio con grate di ferro per riparare il viso. Possono lanciare con entrambe le braccia in modo da aumentare la “potenza di fuoco”. Ogni banda a piedi invece è formata da centinaia di aranceri – uomini e donne – che vanno all’assalto del carro senza protezioni. Hanno campanelli alle caviglie e indossano casacche colorate legate in vita semiaperte sul davanti per metterci le arance.

Insomma una prova di coraggio, un rito di passaggio dalla fanciullezza alla virilità. Quello che avrebbe dovuto essere il servizio militare.

Quando Attilio partì lo mandarono nei VAM a Viterbo. Era tipo il 1974. Allora il servizio era di 20 mesi. Dopo vari mesi Attilio scapocciò, poveraccio, e una notte, durante l’ennesima guardia, si sparò a un braccio per disperazione. Disse che si trattava di un incidente. Lo portarono al Celio, lo curarono, lo processarono e lo condannarono allungandogli il servizio militare di non so quanto tempo. Ecco, la sfiga poi uno se la cerca pure, è vero, ma se sei disperato cerchi una via di fuga.

Tornò a Ivrea, anzi a Strambino, così si chiama il borgo che aveva una fontana con un coccodrillo verde davanti alla stazione, ancora più incazzato, Dio faust…

Poi incontrò la ragazzina di 15 anni, si innamorò e quando lei ebbe 18 anni la sposò.

Mi ricordo Attilio ai funerali di Berlinguer commosso. Mi sa che aveva la cravatta. Nel frattempo aveva preso la tessera del PCI e forse non era più anarchico.

Ad un certo punto, verso i 30 anni, aveva deciso di smettere con la battaglia delle arance. Una domenica del carnevale lui e sua moglie erano a pranzo e al tg hanno mandato un servizio sul carnevale e lei l’ha visto soffrire tanto senza dire nulla. Allora gli ha detto: ascolta me, vai a prepararti e sparisci. Dopo 10 minuti, vestito di tutto punto da arancere con la casacca delle Pantere, l’ha salutata ed è uscito felice come poche volte l’aveva visto.

È tornato la sera con un occhio nero e lei ha tirato fuori dal frigo una bistecca e gliel’ha appoggiata per un po’ sull’occhio gonfio come aveva visto fare a mia nonna.

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